Vignette danesi e leader satanici
La separazione tra stato e chiesa sarebbe infatti, almeno momentantaneamente, preclusa agli islamici che, poveretti, non ci sono ancora arrivati malgrado Internet e la tv satellitare. Identità di cristallo, stadi di una civiltà a tappe, uguali per tutti, ci obbligherero a mostrarci comprensivi verso chi non potrebbe tollerare la nostra irreligiosità nemmeno per un minuto, anzichè, predisporsi al dialogo, a nostra volta incazzati. Per l’antropologo Galimberti l’universalismo è passée, ma l’autostrada del progresso, che lo ha sorretto per oltre due secoli, resta evidentemente a senso unico; che la moschea sia, più semplicemente, tutto quello che resta oggi in piedi nel mondo arabo, uscito a pezzi dal crollo del nazionalismo e dal confronto, militare e coloniale, con l’Occidente, è un dubbio che non funesta il suo ragionamento. Per questo, forse, bombardare le masse islamiche o gassarle, come facevano gli inglesi, per accelerarne il progresso, deve apparire meno grave ai nostri leader che sbeffeggiarne i costumi, stuzzicando un risentimento follemente indirizzato. Veniamo ai fatti. Un popolare tabloid danese, il Jyllands-Posten (600 mila copie vendute), ha la brillante idea di commissionare 25 "ritratti" del profetta Maometto ad altrettanti disegnatori per vedere se il politically correct ha definitivamente rimbambito la satira danese. Un’ idea del cavolo, forse, ma perfettamente legittima, che non ha prodotto capolavori ma, per la verità, bozzetti abbastanza tristi e, in un paio di casi, vignette che strappano sorrisi forse incuranti degli stereotipi razzisti veicolati sottobanco. Cosa succede? Poco o niente, qualche imam si incazza, la gente sta al gioco o se ne fotte, il quotidiano iperconservatore va all’incasso. Passa qualche mese, la faccenda sembra chiusa e invece riesplode. Con buon pace dei Galimberti, i confini del nostro mondo globalizzato non sono più quelli conosciuti ad Averroè e pezzi importanti del mondo islamico scoprono che affondare il coltello nel burro danese (e, già che ci siamo, francese, tedesco, olandese..) costa poco e buca pure il prime time. "Perchè lasciare la guerra di civiltà ai neocons?" deve essersi chiesto qualcuno. Ed è così che un editore danese diventa, per le masse islamiche incazzate, "la Danimarca" e, nel giro di poche ore, il simbolo stesso dell’ Europa atea e blasfema. A questo punto, tra un ambasciata norvegese in fiamme, un prete italiano accoppato, l’export danese a picco e il Libano che riscopre il brivido della guerra civile, l’Occidente - impegnato nella missione legalmente impossibile di interdire all’Iran il sospirato status nucleare (e non la bomba, oggi alla portata di chiunque o quasi) - tira fuori le palle, naturalmente a modo suo. A questo punto, il disastro è servito, il seme del fanatismo, dalla Danimarca all’Indonesia, ha già fatto il giro del mondo e la palla è tornata nella nostra metà campo; qui è facile prevedere più intolleranza e meno libertà per tutti. In Gran Bretagna, ad esempio, Blair, malgrado l’indignazione di un Salman Rushdie, ha già varato lo scorso anno una legge che inchioda al rispetto delle credenze religiose di chicchesia la libertà di parola altrui. Che fare, allora? Come cominciare a confrontarci con il mondo, senza delegare i nostri valori più cari a leader che sappiamo criminali o cialtroni? Chiariamolo una volta per tutte: certo che ci vergognamo di loro ma ci riserveremo sempre il diritto di farci beffe, a proposito e a sproposito, non solo dei fanatici islamici, cristiani, ebrei, induisti (e ci mancherebbe pure !) ma anche di ogni idea del sacro che si pretende al di sopra del giudizio dei comuni mortali. Forse non sarebbe troppo tardi. martedì 7 febbraio 2006. |