Milano. 5 maggio 2005. La seconda sezione penale della Cassazione conferma il verdetto di assoluzione, già emesso dalla Corte d’assise d’appello di Milano, a favore di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, imputati nell’ennesimo processo per la strage di Piazza Fontana, avvenuta, lo ricordiamo, nell’ormai lontano 12 dicembre 1969, e condannati all’ergastolo in primo grado.
Dopo 36 anni, Piazza Fontana non ha colpevoli, però una condanna c’è: quella inflitta ai parenti delle vittime, e alle istituzioni che con loro si sono costituite parte civile, di pagare le spesse processuali.
Dal Giappone, Delfo Zorzi fa sapere di essere talmente commosso e soddisfatto che non chiederà nessun risarcimento. Anzi, prepara il suo rientro in Italia. Qui lo aspetta un bel mandato di arresto per la strage di Piazza della Loggia a Brescia, nel 1974. Ma lui non si preoccupa, afferma il suo difensore, Giovanni Arcò, è fiducioso di cavarsela anche questa volta. Del resto, viste le premesse ... Il suo avvocato definisce l’ultimo processo su Piazza Fontana un "processo marcio", basato su prove inesistenti, servito soltanto a illudere i parenti delle vittime che hanno già sofferto abbastanza.
Di parere opposto, l’ex compagnuccio di scorribande, ops! dovrei dire ex camerata, di Zorzi, il medico veneziano Carlo Maria Maggi, che si prepara a festeggiare con i pazienti che l’hanno sostenuto in questi anni. Non si sente per nulla risarcito da un’assoluzione arrivata con troppi anni di ritardo, anzi: anche lui, in fondo, si sente una vittima di Piazza Fontana. In un passaggio televisivo, ha, anche, espresso perplessità sulla velocità con cui gli inquirenti, a suo tempo, lasciarono cadere la pista anarchica, data per certa dal Prefetto Mazza, in una dichiarazione alla stampa, pochi minuti dopo lo scoppio della bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Ma come faceva a saperlo?
Anche Giancarlo Rognoni si sente una vittima, della giustizia, però (un filo di buongusto). I 36 anni occorsi da quel lontano 12 dicembre a oggi, li racconta come un incubo: è sempre stato sereno, dormendo su 4 guanciali, sicuro della propria innocenza. Forse esistono delle accezioni della parola incubo, ignote anche allo Zingarelli. Quando è arrivata la notizia dell’assoluzione, non voleva crederci. "Mi hanno restituito alla libertà, alla vita, alla famiglia", e diventa subito buonista: qualcuno ha sbagliato ma i suoi errori giovanili hanno contribuito a creare questo misunderstending con la giustizia.
Come mai questi tre uomini, i neofascisti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, ripeto i loro nomi così ce li stampiamo bene in testa, chi ancora non l’avesse fatto, si sono sentiti tanto vessati dalla giustizia italiana, se non hanno fatto nemmeno un giorno di carcere, se erano così sicuri della loro innocenza e, soprattutto, come mai tanta sorpresa in un’assoluzione annunciata già da almeno una settimana? Domande inutili, forse sciocche, le mie, di fronte a quelle di verità storica, politica e giudiziaria che chiedono i parenti delle vittime e chi visse e sopravvisse a quell’orrenda strage, definita tristemente la madre di tutte le stragi. Sì, perché alla fine degli anni ’60, apparati dello Stato, come i servizi segreti (Sid), vertici militari e alcuni uomini politici, continuando a occupare posizioni di rilievo, diedero vita a un potere criminale illegale parallelo, servendosi della manovalanza dell’eversione nera.

In tutti questi anni, in migliaia hanno lavorato alacremente per realizzare le stragi, per poi depistare , sviare e insabbiare le indagini. Un filo rosso che parte da Piazza Fontana, 17 morti e 84 feriti, definita dagli storici il punto di inizio della strategia della tensione, ideata per fermare l’avanzamento dei movimenti della sinistra, e arriva fino alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980, 85 morti e 200 feriti, passando per 12.690 attentati, 362 morti e 4490 feriti, di cui 150 morti e 551 feriti per 11 stragi. Una contabilità macabra ma necessaria.
Facciamo un breve riassunto dei fatti. Gli ergastoli per Piazza Fontana cominciano a fioccare dieci anni dopo la strage, nel 1979, a carico di Franco Freda e Giovanni Ventura. Il processo d’appello, nel 1980, li assolve ma li condanna per altri reati: nella fattispecie, Ventura per le bombe sui treni, nell’aprile del ’69, Freda per altri attentati in preparazione al tragico epilogo del 1969. Nel 2001, nuove condanne di carcere a vita: questa volta per Zorzi, Maggi e Rognoni, ma nel 2004 la Corte di assise li assolve per non aver commesso il fatto. E arriviamo a oggi: i giudici della Cassazione, più che emettere un verdetto, dovevano verificare che non ci fossero difetti di motivazione nell’appello presentato il 21 aprile 2005 dalla Procura Generale di Milano, contro l’assoluzione dei tre neofascisti, disposta, nel 2004, dalla Corte d’assise d’appello.
L’iter giudiziario di Piazza Fontana è passato attraverso 11 processi, 4 giudizi di cassazione e una Camera di Consiglio durata 8 ore. Le famiglie delle vittime sono esauste e la ferita non avrà più possibilità di rimarginarsi, nonostante la sentenza di appello non contestata dalla Cassazione, abbia concluso che la strage fu opera di Ordine Nuovo, a cui, appunto, appartenevano Zorzi, Maggi e Rognoni.
Magra consolazione per Costantina Ferrari che perse il marito Givanni Arnoldi, giovane padre di famiglia. Casalinga, dovette trovarsi in fretta un lavoro per crescere il figlio Carlo, allora quindicenne, o per Paolo Dendena, che perse il padre Pietro, a soli 10 anni, o per Claudio Sangalli, anche lui orfano del padre Oreste, che da tempo non era più parte civile, avendo subdorato l’esito negativo dei processi. Con loro, c’è sempre stato anche un sopravvissuto della Banca, un cassiere, Giacomo Paccioni, che quel giorno lavorava nel caveau, quattro metri sotto la bomba. Fisicamente ne uscì illeso. Quando salì in superficie per vedere cos’era quel rumore tanto terribile da non riuscire a descriverlo, gli si spalancò l’inferno davanti agli occhi: immagini e descrizioni che abbiamo visto e sentito infinite volte, che sono nella memoria di tutti, anche, di chi come me, non era ancora nato, ma ogni volta l’orrore è sempre più grande, sempre più vivo, e la rabbia di non sapere sempre più forte.
Il verdetto delle famiglie è unanime: non vorrebbero arrendersi ma non sanno contro chi combattere.
C’era un apparato di potere che fin da subito non aveva alcuna intenzione di scoprire la verità, perché già la conosceva, essendone l’artefice. A provarlo basterebbero tutti gli errori lapalissiani commessi, sempre a favore dei neofascisti: ad esempio quando gli artificieri fecero brillare l’unica bomba inesplosa lo stesso 12 dicembre 1969, distruggendo prove preziose. L’arresto ingiustificato degli anarchici Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda. Il primo morì cadendo dalla finestra del IV piano della Questura di Milano, dov’erano i locali della sezione politica guidata dal commissario Calabresi. Anche qui nulla di fatto: dopo vari processi fu archiviato come incidente per "malore attivo". In quelle due parole in molti, compresa la sottoscritta, leggono la parola assassinio. Valpreda venne incarcerato ingiustamente, dietro delazione del collaboratore dei servizi segreti e finto anarchico Mario Merlino. Alla fine risultò innocente, come Pinelli.
Nel 1974 la Cassazione fermò il processo proprio quando Giannettini, agente del Sid, decise di vuotare il sacco. Per non parlare dell’imposizione del segreto di Stato e militare a un passo dalla sospirata verità.
Il 16 dicembre 1969 si celebrano i solenni funerali delle vittime della strage di Piazza Fontana. Piazza Duomo è gremita. La giornata è buia, fredda, c’è anche la nebbia. Tutta quella gente, quel giorno, in quella piazza, gente comune, lavoratori, casalinghe, studenti, chiesero giustizia per quell’orrore inaudito che riportava la mente ai giorni della guerra. Quella domanda, dopo 36 anni, è stata definitivamente archiviata, insieme ai 17 morti + 1 (Giuseppe Pinelli) e agli 84 feriti della strage di Piazza Fontana.
Illustrazione di Franco Biagioni