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Codice militare di guerra per i giornalisti

domenica 21 novembre 2004 di Fabio Malagnini

E’ stata approvata giovedì scorso dal Senato la riforma del codice penale militare che prevede tra l’altro pene pesantissime (da 2 a 20 anni) per i giornalisti, nel caso, che scriveranno articoli sgraditi sulle missioni militari, compresa quella in corso a Nassiriya. Pene, per inciso, da scontare in carceri militari.

Come osserva Toni Fontana sull’Unità online : "Per effetto delle norme approvate ieri dalla maggioranza di centrodestra a palazzo Madama diventano «operativi», cioè pienamente in vigore anche gli articoli 72 e 73 del codice penale militare italiano là dove la legge recita che viene punita «l’illecita raccolta, pubblicazione e diffusione di notizie militari». Viene punito con la reclusione militare - viene cioè affidato ad un carcere militare - il giornalista che «procura notizie concernenti la forza, la preparazione o la difesa militare, la dislocazione o i movimenti delle forze armate, il loro stato sanitario, la disciplina e le operazioni militari e, ogni altra notizia che, essendo stata negata, ha tuttavia carattere riservato». Il giornalista che verrà accusato di questi «reati» potrà essere condannato ad una pena variante tra i due e i dieci anni di carcere, ovviamente militare. Non è tutto. Se queste notizie verranno «divulgate» (cosa abbastanza ragionevole, trattandosi di un giornalista, ndr) la pena potrà essere raddoppiata e arrivare fino a venti anni di carcere. Il minimo della condanna per il cronista che osa scrivere qualcosa che disturba è in questo caso di cinque anni"

Secondo lo stesso articolo : "La riforma si configura come un’estensione del codice penale militare di guerra anche alle missione di pace. La missione a Nassiriya è appunto considerata dal governo un missione di pace e, di conseguenza, la nuova normativa verrà estesa (se la Camera confermerà il giudizio del Senato) anche ai servizi giornalistici che provengono dall’Iraq." Peccato invece che già con il disegno di legge n. 915 del 2001 e con la missione afgana di "Enduring Freedom" (approvata anche dal centro-sinistra) per la prima volta dal 1945 tutte le operazioni militari italiane all’estero, anche in tempo di pace, siano state assogettate al codice militare di guerra (o Regio decreto 20 febbraio 1941, n. 303). Non era andata così in Libano, Golfo Persico, Kuwait, Somalia, Mozambico, Albania, Bosnia e Kosovo, dove vigeva il codice militare di pace, lo stesso delle caserme e dei Car.

Il codice di guerra, oggi parzialmente modernizzato rispetto al Decreto Regio, prevede reati non contemplati altrove, una sostanziale diminuzione delle garanzie costituzionali e sanzioni più severe .Fino al 1994, per i reati militari più gravi, anche la pena di morte, oggi sostituita dall’ergastolo. Il disegno di legge n. 915 del 2001 ha esteso inoltre queste disposizioni al personale militare di supporto alle missioni di stanza nel territorio nazionale italiano e reintrodotto il cosiddetto "reato militarizzato": i reati comuni commessi dai militari in missione sono in pratica sottoposti ai Tribunali militari.

I senatori diessini hanno quindi ben poco da lamentarsi e da piangere sul latte ( per non dire del sangue) che hanno contribuito a versare. La "riforma" del governo è infatti perfettamente coerente con la prospettiva militare che hanno a lungo fiancheggiato. Quanto al segretario della Fnsi, Serventi Longhi, che denuncia una misura «ricattatoria per i giornalisti invitati di fatto all’autocensura», si domandi se per caso questa autocensura non sia già nei fatti e nei resoconti della stampa (per non dire della Tv). E, già che c’è, si chieda come mai ci sia voluto un giornalista americano, Micah Garen, per ricostruire l’episodio dei ponti di Nassiriya, che ha visto i militari italiani sparare a un’ambulanza.

Del tutto condivisibili, invece, le conclusioni dell’articolista: "Se la riforma seguirà il suo iter e verrà approvata dai due rami del Parlamento ai militari verrà dunque affidato un potere assoluto e arbitrario di discrezione e di intervento sulle attività dei cronisti che seguono le missioni all’estero. Le disposizioni sono così precise e dettagliate che, nei fatti, ogni articolo inviato dai teatri di guerra, in special modo da Nassiriya, potrà diventate un atto di accusa contro chi lo avrà scritto che rischierà pene superiori a quelle comminate a molti incalliti criminali."

"La giustizia militare" diceva Clemenceau "sta alla giustizia, come la musica militare sta alla musica".




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