È arrivato ieri a mezzogiorno il secondo comunicato, quello che annuncia un video con la prova dell’uccisione delle due cooperanti italiane.
E i giornali di oggi raccontano la storia dei gruppi coinvolti, aggiornano l’orologio alle scadenze di ogni comunicato, cercano i retroscena e pesano tutte le parole pronunciate dalle autorità, ma soprattutto dai servizi segreti.
Cominciamo dai comunicati: il testo del comunicato arrivato ieri mattina è pubblicato in maniera integrale su tutti i quotidiani, e viene analizzato in tutti i suoi termini.
Ma Repubblica riporta una notizia che nessun altro quotidiano dà: l’esistenza di altri comunicati, recuperati facendo una semplice ricerca su internet.
Scrive Carlo Bonini a pagina due: "Provando a perlustrare il forum del sito alezah.com utilizzando come chiave di ricerca la traslitterazione in arabo del cognome di una delle due Simona (Torretta), si scopre che esistono due ultimatum a firma Ansar al Zawahri che precedono l’annuncio della loro avvenuta
esecuzione e di cui o si ignorava l’esistenza o la cui esistenza, se la si conosceva, è stata taciuta. Entrambi precorrono i temi dell’ultimo messaggio, quello di ieri mattina. Il primo proclama porta la data del 19 settembre. ’Era stata decisa la data
della decapitazione, si legge, ma c’è stata confusione e scontro nel gruppo a causa dela maledetta visita che in manutengolo della Cia Allawi ha fatto in Italia’ .
La sentenza è stata dunque sospesa, ma contestualmente ’quattro sono le condizioni’ poste al governo italiano. 1) liberazione di tutte le detenute in Iraq; 2) Liberazione di tutti i prigionieri musulmani, palestinesi, libanesi, egiziani, giordani e latri detenuti nelllo stato ebraico; 3) liberazione
delle detenute musulmane detenute nelle carceri russe in Cecenia; 4) Una data di ritiro delle truppe italiane in Iraq’. (...) Due giorni dopo, il 21, quarantotto ore prima dell’annuncio dell’esecuzione, un nuovo messaggio.
Questa volta è un ultimatum di 24 ore ’Non abbiamo ancora ricevuto risposta dal governo italiano’ si legge’ dobbiamo forse decapitare più ostaggi per farci prendere sul serio?"
Secondo Giuseppe D’Avanzo, che firma l’articolo in prima pagina,i servizi segreti italiani hanno notizia di questi comunicati: "Accade ora che l’intelligence, lavorando sul sito che ha ospitato l’ultima comunicazione di Ansar Al Zawahri
e analizzando i messaggi inviati dall’username scopre che c’è un altro messaggio, il 19, e un ultimatum, il 21" (...) "E’ questa sequenza di minacce , richieste, ultimatum che raffredda la sicurezza dell’intelligence e del governo. La
serialità degli avvenimenti è un discorso politico che rimette tutto in discussione. Che impone di ricominciare l’analisi dell’attendibilità di Ansar Al Zawahri di nuovo e daccapo, senza prevenzioni. Senza dare nulla per scontato". Ma, aggiunge D’avanzo, potrebbe esserci ancora una speranza. "Un lettore arabo noterà come questi testi sono scritti - come è evidente
nell’ortografia della lettera i - da un egiziano. Viene osservato : ’che si sappia, non c’è nessun egiziano tra i mujahiddin che combattono in Iraq’. C’è un altro argomento a favore dell’inattendibilità: le rivendicazioni. Troppe." E dopo aver riassunto tutti i temi che sono apparsi nel comunicato
di ieri mattina, conclude: "E’ come se un egiziano, molto infelice in europa, abbia con un copia e incolla assemblato in una sola mail tutte le richieste delle fazioni combattenti e terroristiche irachene e il sentimento delle comunità della diaspora". Il corsivo dell’articolo di D’Avanzo deriva dalla interpretazione che di questa vicenda danno i Ros, citati a metà dell’articolo.
Un’altra analisi del testo viene fatta da Giuseppe Zaccaria sulla Stampa, che sottolinea l’uso eccessivo di quella frase "senza pietà", ripetuto troppe volte. Scrive Giuseppe Zaccaria : "Da una parte tutto questo sembra ostentare
ferocia, dall’altra è dimostrazione di imbarazzo: se ogni cultura e religione condannano la violenza alle donne, per quella islamica gli sgozzamenti che Ansar al Zarahwi dice di aver compiuto costituirebbero uno strappo ancora più terribile, una terrificante violazione che porterebbe il gruppo al di
fuori di qualsiasi regola, al di là di qualsiasi giustificazione perfino da parte del più specioso degli ulema o del più fanatico degli integralisti".
E poi l’altra frase, quella conclusiva: " A Dio piacendo un nostro video sarà pubblicato senza interruzioni: in quel senza interruzioni c’è l’anticipazione di un orrore mai mostrato prima ed in quel pubblicato (ma non trasmesso) il dilemma che potrebbe cogliere nelle prossime ore Al Jazeera e tutte le
emittenti televisive arabe."
Sempre sulla Stampa Guido Ruotolo parla dello sconcerto dell’intelligence dopo il comunicato della notte scorsa: "Il comunicato catturato su internet nel cuore della notte aveva lasciato increduli gli uomini dell’intelligence
(...) Sono ancora vive, rassicurava una fonte autorevole irachena, anche se sono state cedute a un gruppo religioso integralista. E un’altra fonte precisava: non si trovano più dove pensavamo che fossero. Sono state trasferite in un altro luogo" (...) L’idea di fondo di una parte della nostra intelligence è che il sequestro anomalo di Simona Pari e Simona Torretta sia maturato all’interno di una fazione sunnita, quella che raccoglie un gruppo di ex appartenenti agli apparati militari, di polizia e di sicurezza dell’ex regime di Saddam (...)" Ma il tentativo di dialogare con loro da parte di Allawi
sarebbe fallito e che "il sequestro delle due Simone andrebbe interpretato come primo atto della rottura della tregua".
Hanno molta sicurezza Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica
sul Il Giornale nel dire che :" il covo in cui i sequestratori hanno portato le due ragazze italiane(..) si troverebbe a sud-ovest della capitale, forse da qualche
parte tra Karbala e Najaf" . E ancora, sulla loro sorte: " La prima notizia è arrivata dalla polizia di Bagdad, un cui informatore ha raccontato di aver saputo che le due Simone
erano ancora vive nella serata di mercoledì (...) Così, quando l’ìntelligence di Baghdad ha avuto conferma da una fonte affidabile che ancora ieri pomeriggio la situazione era la stessa, l’informazione è stata subito girata ai servizi
italiani che ne hanno prontamente informato il governo e la Cia. E proprio dal controspionaggio a stelle e strisce , poche ore dopo, è arrivata l’ennesima informativa che tiene accesa la speranza. Voci captate attraverso sofisticati strumenti tecnologici che parlano di ostaggi italiani ancora in vita sul
cui futuro si sta discutendo".
Decisamente meno ottimista sulle possibilità che hanno i nostri servizi segreti appare Enrico Fierro sull’Unità, che dice che "dalla notte in cui è stato diffuso il primo messaggio a firma Jihad, sembrano essersi volatilizzati i contatti dell’intelligence italiana sul teatro iracheno. Una brusca interruzione delle comunicazioni che ha come staccato le uniche antenne di cui il Sismi dispone a Bagdad e dintorni, e che contribuisce ad accrescere la preoccupazione
sulla sorte delle due Simone."
È ancora Fierro a delineare uno scenario temporale che non fa ben sperare, e che scandisce il tempo della morte e dei messaggio: dal 21 settembre, giorno dell’appello del figlio dell’ostaggio inglese, che coincide con l’uccisione del secondo ostaggio americano; al 22 settembre, l’appello fatto direttamente dall’ostaggio inglese, e infine il 23 settembre, la notizia sull’uccisione delle due ragazze italiane.
E conclude: "Dopo tre giorni di fuoco, Usa, Gran Bretagna e Italia sono colpite a morte. E non da uno sciacallo, ma da abili strateghi della nuova guerra mediatico terroristica".
L’Avvenire sottolinea però come le parole di Frattini, "i nostri contatti sono ancora aperti", non significhino "contatti con chi ha in mano le due Simone. Contatti, invece, con chi potrebbe svolgere un ruolo importante per farle tornare a casa".
"Contatti dei quali è bene non parlare, dice Emanuela Novazio sulla Stampa, riferendo ancora le parole di Frattini, perchè " parlare dei nostri contatti può compromettere la liberazione degli ostaggi".
Meno diplomatico anche Annibale Paloscia su Liberazione, che accusa il Sismi di aver voluto una scena mediatica tutta per sè. Quanto a Frattini, scrive che "Non è tempo di rebus. Se il governo è in grado di smentire il messaggio dei terroristi, ha il dovere di essere tempestivo e chiaro". E avanza due ipotesi su una delle frasi del comunicato in cui si accusano
le due volontarie di essere spie nemiche: "La prima è che al Zawahiri vuole giustificare davanti al mondo islamico l’assassinio di due donne con la brutale menzogna che avrebbero operato con i servizi segreti dei nemici dell’Islam.L’altra è che due volontarie e pacifiste siano state messe nelle
mani dei terroristi dalle trame oscure di qualche servizio segreto".
E sulle azioni messe in atto dai nostri servizi per consentire di avere informazioni, ricorda che " un portavoce della Ams ha detto che la sua organizzazione,legata agli ulema, non è mai stata contattata dai servizi segreti sul caso delle due donne rapite. Mille verità, mille bugie, in una terra diventata laboratorio di terrorismo e crocevia di intrighi dei servizi segreti di tutto il mondo.
Di fatto è evidente il naufragio del Sismi, il servizio segreto militare, che in due settimane non è riuscito neppure ad identificare il gruppo che ha rapito le due Simone. Si è tenuto inattivo l’altro servizio segreto,
il Sisde, solo per motivi di rivalità".
Che ci sia stata confusione (e ce ne sia tuttora) appare anche leggendo alcuni articoli di oggi che ricostruiscono le informazioni in possesso dei servizi segreti italiani.
Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera ci dice che bisogna tornare a mercoledì sera. "Sono le 22 quando una fonte assicura che Simona Pari e Simona Torretta sono vive e fornisce particolari sulla prigione dove sarebberosegregate. Parla di una palazzina circondata da uomini armati e protetta
da un check point. Alle 24 la rete web diffonde il primo messaggio di morte. L’organizzazione della jihad annuncia che il verdetto di Dio è stato imposto sulle due prigioniere italiane tramite sgozzamento. Gli analisti mostrano
scetticismo, ma avviano immediatamente le verifiche. Ieri mattina arriva una notizia che allarma: La prigione indicata dalle fonti è ormai vuota".
Ma è diversa la ricostruzione che fa il Messaggero, con l’articolo di Mario Menghetti che cita fonti di intelligence: "Secondo una delle ipotesi più accreditate, come ci conferma uno dei nostri 007, le due Simone sarebbero tenute prigioniere in un campo trincerato. Già localizzato. Con un possibile blitz per liberarle bloccato al momento da due considerazioni strategiche. La prima è che il tentativo avrebbe molte probabilità di risultare suicida, la seconda è che le trattative per la liberazione erano arrivate negli ultimi
giorni ormai a buon punto. Mettendo sul piatto una somma di denaro davvero considerevole. Già stanziata e movimentata dal nostro governo. Con alcuni rappresentanti del governo del Kuwait come intermediari, in parte, dell’operazione.
Inoltre ci sarebbero gli uomini dell’intelligence Usa con ancora diversi dubbi sulla effettiva posizione della prigione in cui sono tenute prigioniere le nostre due Simone. Che secondo i nostri servizi, non sono mai state oggettodi passaggio da una banda all’altra."
Su un altro aspetto delle indagini dei Ros, quello relativo ai rapporti tra le due sigle degli ultimi comunicati, intervengono Sara Menafra e Alessandro Mantovani sul Manifesto : "Motivo di interesse in più è che queste due sigle sembrano rincorrersi. (...) Se Ansar El Zawahiri è stata la prima
firma ad apparire - sempre indicando le due ragazze come agenti dei servizi italiani - anche l’organizzazione della Jihad si è già manifestata: precisamente con l’ultimatum del 12 settembre che chiedeva entro 24 ore il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, richiamato nel comunicato di ieri che annunciava
l’avvenuto sgozzamento. La sequenza ha colpito anche gli investigatori del Ros dei carabinieri (...) secondo una loro ipotesi, i comunicati potrebbero servire, in realtà, a far pressione sui veri rapitori affinchè uccidano le giovani volontarie".
E poi il Manifesto affaccia un’altra ipotesi: "suggerita da numerosi fonti arabe, che invitano a cercare i rapitori nel campo delle forze, irachene e straniere, favorevoli all’occupazione del paese, anzichè al terrorismo
e alla resistenza irachena".
Se si torna alla pagina precedente dello stesso quotidiano, si trova una intervista di Giuliana Sgrena ad un testimone oculare presente al rapimento dei quattro cooperanti. Molte delle cose sono già note, e già pubblicate sui quotidiani. Solo una correzione rispetto ad una anomalia che già era stata notata, e cioè l’utilizzo del termine con cui uno dei sequestratori si era rivolto a quello che sembrava il capo. "Lo ha chiamato Master, non Sir" dice il testimone". Master vuol dire più o meno boss, e si usa in ambienti militari, ma soprattutto in quelli dell’intelligence". E poi prosegue " Dopo 3-4 minuti, è arrivata una pattuglia americana, noi delle ong che non
erano stati portati via e i vicini li abbiamo bloccati spiegando quello che era accaduto e insistendo che avrebbero potuto raggiungere i rapitori.
Ma gli americani si sono fermati, sono entrati a dare un’occhiata e se ne sono andati. Non hanno fatto nulla". Frase che sembrerebbe giustificare quanto supposto nell’articolo precedente.
Sempre sul Manifesto, c’è un articolo di Mario Boccia, fatto oggetto recentemente di ipotesi da parte del Riformista sulla eventualità che fosse lui l’obiettivo del commando. Un articolo scritto con molta difficoltà, e con la paura che le sue dichiarazioni possano danneggiare gli sforzi per ottenere un rilascio immediato degli ostaggi. Proprio per questo, ne consigliamo la lettura integrale, per evitare che anche un riassunto o un’estrapolazione possa modificarne il pensiero.
L’editoriale di Marina Corradi sull’Avvenire si incentra ancora sulle motivazioni del sequestro, e sulle sue conseguenze: "Ha un che di suicida questo rapimento,
anche nell’ottica del popolo iracheno: fare del male a due volontarie pacifiste che si occupano di infanzia è autodistruzione, è come far saltare gli acquedotti,
o le scuole, è dire che nessuno scambio è possibile, con nessun occidente. È fare terra bruciata, via tutti, tutti a casa - ma i primi a pagarne il prezzo tragico sarebbero proprio i civili iracheni, anche quei ragazzini che queste due italiane ostinate non volevano abbandonare".
Gli Ulema parlano sul Messaggero, nell’articolo di Ugo Cubeddu. E anche qui mettono in evidenza che "tutto questo è devastante per tutto l’Islam e ancora di più per l’Iraq. Perchè per noi la donna è sacra, onorata, e nessuno può uccidere così una donna. È una profanazione della religione, qualcosa che non ci appartiene. Chi le minaccia lo sa benissimo,
sa cosa potrebbe voler dire per tutti noi ammazzare le due donne italiane (...) Ma se dovesse succedere il peggio il nostro consiglio emetterà una fatwa contro di loro".
Ma anche gli Ulema sembrano confusi, "tanto confusi da smentirsi a vicenda".
E il riferimento è alle notizie apparse ieri, prima di una conferma dell’esistenza in vita degli ostaggi, poi invece della smentita, non abbiamo nessuna informazione.
Poche notizie, tanta polemica e tanto interesse politico nel quotidiano del partito di appartenenza del vice presidente del consiglio, il Secolo d’Italia. Fulvio Carro, nell’articolo principale, si scaglia contro i verdi
e in particolare contro Paolo Cento, definito "verde, ma con la medaglietta al valore dei centri sociali", ma soprattutto rilancia la pista di un coinvolgimento delle Br con il terrorismo islamico: "È dei primi mesi di quest’anno un
rapporto della polizia penitenziaria inviato ai servizi segreti , all’Ucigos e al ros che segnalava e documentava incontri avvenuti in un carcere italiano fra irriducibili dell Br-Pcc e alcuni terroristi salafiti. Incontri bloccati
ala fine di marzo per l’intervento del direttore del dap Tinebra, che vietò qualsiasi socializzazione dei brigatisti sottoposti al regime di 41bis".
Non stupisce quindi l’articolo in basso sulla stessa pagina, che sottolinea la stranezza della presenza di foto taroccate di Berlusconi sul sito che ha ospitato il comunicato notturno della Jihad. Gli investigatori, dice l’articolo "sospettano una regia tutta italiana per i rapimenti dei nostri connazionali avvenuti in questi mesi in Iraq".
Una analogia con le Br la coglie anche il Riformista, che già aveva sulle
sue pagine ospitato interventi che suggerivano di agire in questi casi come
ai tempi della lotta contro le Br. Una analogia di diverso tipo, però e
che riguarda la struttura del comunicato della mattina di ieri: "Lungo e
dettagliato l’elenco della ragioni (del sequestro e dell’uccisone, ndr)
che lo fanno assomigliare più a una risoluzione strategica delle br che
al comunicato di un gruppo islamista". E ancora un’altra analogia con le
Br, le tante firme apparse in questo periodo. Qui a parlare è una fonte
autorevole non specificata: "Anche le Br hanno spesso firmato le loro rivendicazioni
con sigle diverse. A volte era il segnale di un nuovo gruppo che tentava
di iscriversi nell’organizzazione maggiore, altre volte solo il desiderio
di mostrare un’articolazione maggiore".
Una notazione: il Riformista è uno dei pochissimi quotidiani, assieme al
Manifesto, a ricordare che in nessun comunicato c’è un riferimento ai due
ostaggi iracheni, compagni di lavoro delle Simone.
Continua a parlare di misteri Il Giornale, con una scheda di Gian Micalessin che si interroga su quelli che chiama "I dieci misteri", in un articolo che nel titolo precorre quello che sarà il senso di tutto lo scritto: "Forse
sapevano chi ha tradito Baldoni". I dieci misteri sono in realtà le domande alle quali il giornalista non ho trovato le risposte, e che sono già circolate fin dall’inizio, e spesso anche già confutate.
E il Secolo d’Italia continua anche con la strategia che ormai da due settimane sta utilizzando: la separazione delle due cooperanti dal mondo in cui vivevano e si muovevano a favore di un arruolamento nel campo governativo, dove le
operazioni militari sono solo e sempre umanitarie.
Oggi è la volta di Gustavo Selva, non nuovo comunque a queste dichiarazioni, che scrive a pag. 10. "L’Italia crede nella causa umanitaria per la quale ha mandato i suoi soldati in Iraq (....) La gravità del rapimento delle due cooperatrici italiane è data dal fatto che esse si trovavano in Iraq per contribuire a realizzare gli obiettivi indicati dalla risoluzione 1546
dell’otto giugno 2004, appoggiando la disponibilità della forza multinazionale a proseguire gli sforzi per il mantenimento della sicurezza e della stabilità in Iraq a sostegno della transizione in vista delle prossime elezioni".
C’è invece chi continua a riconoscere e vuole riconoscere un impegno comune per la pace, invitando a aderire a "Un ponte per .." come gesto di solidarietà.
E’ l’appello che oggi compare sia sul Manifesto sia su Liberazione: " Non abbiamo mai aderito a Un ponte per perché non ne avevamo la necessità: lavoravamo nella stessa direzione e questo ci sembrava sufficiente. E quando ci siamo trovati in disaccordo su qualche passaggio o qualche scelta, questo non
è mai stato un problema ma una discussione fraterna. Oggi ci sentiamo particolarmente vicini a Un ponte per perché vogliamo loro bene e perché pensiamo di comprendere il loro difficile impegno di questi giorni sotto la pressione della situazione, il senso di responsabilità verso Simona, Simona, Mahnaz e Ra’ad, il faticoso lavoro quotidiano. Noi tutte/i siamo altrettanto impegnate/i nella costruzione delle mille iniziative di questi giorni, e ci siamo chiesti come potevamo
dimostrare di più questa nostra vicinanza, politica oltre che affettiva, per sostenere questo lavoro, e quindi abbiamo deciso di aderire a "Un ponte per", facendo appello perché tante/i dentro il movimento aderiscano a questa
proposta."
A firmare l’appello Piero Maestri (Guerre&Pace); Walter Peruzzi
(Guerre&Pace); Isabella Balena(fotografa); Paolo Mazzo (fotografo); Claudio Jampaglia (free lance);Mariagiulia Agnoletto (Salaam Ragazzi dell’Olivo); Roberto Giudici (Fiom); Luciano Muhlbauer (Sin Cobas); Luigia Pasi (Sin Cobas) ; Flavio Mongelli (Arci); Graziano Fortunato (Arci); Emanuele Patti
(Arci); Marco Bersani(Attac)
Se ne occupa poco la stampa italiana, ma c’è anche la vicenda dell’ostaggio inglese a tenere in ansia la Gran Bretagna, dopo le immagini viste nell’ultima settimana. Ieri l’intervento durissimo del fratello dell’ostaggio, che se la prende con Tony Blair, che ha rifiutato qualsiasi appiglio : "Per quanto mi riguarda, Blair può anche andarsene a pescare: Non deve chiamare o fare nulla. L’unica cosa che le potenze adesso devono fare è lasciare che gli iracheni amministrino i loro affari interni" e contro Bush "Gli iracheni hanno la sovranità sui loro affari. È un governo fantoccio o gli americani
hanno di nuovo spostato i paletti per fare i loro interessi?"
Le parole di Paul Bigley sono state rilasciate in una intervista alla BBC, e il quotidiano La Stampa le riporta nell’articolo di Maria Chira Bonazzi.
E Ugo Cubeddu sul Messaggero, ricorda "lo strazio di Ken Bigley che si rivolge al Signor Blair per chiedere di salvargli la vita e le voci dei due figli, della moglie thailandese, della madre che dice la prego, ho bisogno di lui.
Ma la ragion di stato prevale, vince, stritola chiunque. Parla con la voce di Jack Straw, ministro degli esteri (cedere significherebbe provocare molti più morti) o delle premier iracheno Allawi al Congresso americano che ringrazia
l’America e racconta che ormai il terrorismo è solo una seccatura, stiamo vincendo su tutti i fronti. Voci forti, onnipotenti. Che schiacciano lo strazio e il dolore delle due Simone, che spiegano come si vince anche se si perde, che cancellano le stragi quotidiane di Bagdad, di Samarra, di Najaf, di Baquba, di tutto l’Iraq. Perchè va tutto bene, stiamo vincendo. E’ solo questo che conta."
E il resto del’Iraq? oggi compare ancora meno che negli altri giorni: a ricordare che sempre si muore, c’è solo Liberazione e il Tempo.
E l’Indipendente, che pubblica la seconda puntata del Diario da Baghdad di Leonardo Piccini: "Contro i guerriglieri gli americani utilizzano tuti i mezzi a loro disposizione: artiglieria pesante, carri armati, elicortteri
d’attacco Harrier, F15 e F16 dell’aviazione, F14 e F18 della marina e bombe a guida laser. È impossibile che la popolazione, presa com’è tra due fuochi,
non paghi il prezzo più alto. (...) È questa la vita a Baghdad dopo la liberazione. È questa la vita che ci fate fare. È questa la vostra democrazia? mi urla una ragazza...."
Due discussioni invece oggi appassionano i quotidiani: una sulla questione mediatica, l’altra sull’islam e sul dialogo tra quelle che vengono ormai passate come le "due civiltà".
Il Foglio ospita un articolo su due figure dell’Islam moderato, Scialoja e Jabareen, raccontandone la biografia e i pensieri. Ma non nutre fiducia nel fatto che possano essere rappresentative: "(..) Jabarren e Scialoja
appaiono gli esponenti isolati di un islam protestante, immaginario più che minoritario. (...) Questi nuovi pensatori sono tutti esuli, perseguitati, emarginati. Oppure sono talmente integrati nell’occidente da non riuscire
a parlare veramente agli altri musulmani, perchè sospettati di collusione con il nemico. E l’Islam che propongono è ancora un ossimoro".
Anche l’Avvenire parla molto oggi di Islam e mondo mussulmano, con un articolo di Angelo Picariello che riporta le parole di alcuni leader musulmani italiani, e con una intervista a Mohammad Sammak, libanese del comitato di dialogo islamo-cristiano.
Una intervista nella quale ha parole di elogio per le due ragazze italiane: "io so (...) che le organizzazioni umanitarie italiane si sono adoperate da tempo e in maniera rilevante a favore delle vittime irachene. Invece di baciare le mani delle ragazze e di stringerle al cuore, vengono rivolte
loro delle pugnalate disoneste (...) Non ci può essere nessuna giustificazione a un eventuale assassinio delle volontarie".
C’è poco da credere alla possibilità di dialogo se si guarda alla proposta del deputato di Forza Italia Crosetto, che raccoglie firme per far diventare Oriana Fallaci senatore a vita. La motivazione? "Ha capito prima degli altri
i rischi legati al fondamentalismo islamico". Lo racconta Arturo Celletti ancora sull’Avvenire.
E sull’Indipendente il dialogo con l’islam viene chiuso usando una sola figura, quella di Al Zarqawi, con cui identificare tutto il mondo islamico.
Scrive Ruggero Guarini : "Guardo a lungo la piccola fotografia di Al Zarqawi, quella formato tessera che tutti i giornali del mondo non cessano di pubblicare.
Contemplo la sua graziosa faccetta, osservo la sua boccuccia imbronciata, scruto i suoi tristissimi occhi, cerco di decifrare il suo malinconico sguardo, e ala fine capisco che questo è il volto di un povero, tetro, disperatissimo
diavolo schiacciato dal peso di una sconfinata solitudine. Anche lui, naturalmente, come tutti gli altri poveri diavoli disperatissimi come lui, vive sempre in gruppo. Ma tutti loro si sentono soli, terribilmente soli. Il loro odio
per l’occidente e per la sua manifesta superiorità economica scientifica, tecnica, politica culturale e militare viene infatti alimentato incessantemente da una avvilente sensazione di solitudine." (....) C’è " una festa alla quale partecipano tutti i popoli della terra. Tutti, tranne quello islamico.
(..) come devono sentirsi soli in questo immenso emporio variopinto che è la civiltà moderna (...) È proprio la disperazione a spingerli ad abbracciare la causa degli sgozzamenti e degli eccidi- suicidi. Giacché solo degli esseri disperati (...) possono chiamare martirio un atroce furore assassino, e scambiare per una fede quella totale mancanza di fede che è la loro infame idolatria".
Decisamente ottimista invece sulle possibilità di un dialogo appare Oscar Luigi Scalfaro, parlando al congresso nazionale dell’Aned, in un colloquio riportato sull’Unità: "non mi sarebbe dispiaciuto se gli Stati Uniti, dopo l’11 settembre, avessero avviato una commissione di studio per trovare le
ragioni di fondo di quanto era accaduto. Se si interviene soltanto con i cannoni non si risolverà nulla". E si concede anche il gusto di una battuta: "In un’altra occasione qualcuno mi ha chiesto se il dialogo era possibile anche con Bin Laden. Io non ho mai avuto contatti con lui, ma so che c’è
stato un periodo in cui erano gli Stati Uniti ad avere contatti: gli sarà rimasto certamente il numero di telefono".
E infine Franco Bechis sul Tempo, a chiedersi il perchè di quello che avviene: "non un’autorità al mondo che sia in grado di dire qualcosa sulle due Simone.
Diciotto manifestanti con candele in mano a chiedere la loro liberazione sotto palazzo Chigi, inseguiti da diciannove fotografi. Otto, dieci milioni di italiani a seguire le notizie del Tg. Otto, dieci milioni a tifare subito dopo per la Velina prescelta. Otto, dieci milioni a proseguire palpitanti
in un clima di festa surreale per godersi l’ingresso in diretta tv nella nuova Casa del Grande fratello. Questa era l’italia tra le otto e le dieci di sera. Una sera che peserà sulla nostra storia. Perchè è lo specchio di
un paese che non c’è più, si è fatto prendere in ostaggio".
Altri articoli da segnalare:
Repubblica,pagina 3 - intervista di Renato Caprile ad Al Kubaissi
Repubblica, pagina 9 - Allawi al congresso americano
Repubblica, pagina 9 - il giallo della canadese rapita
Repubblica, pagina 4 - intervista di Alberto Mattone a Marco Buono, capomissione di Intersos che racconta la loro vita in Iraq.
Repubblica, pagina III di cronaca romana: Sufian, bambino iracheno curato da Simona Torretta, racconta il suo rapporto con lei.
Liberazione, pagina 8: Intervista ad Amnesty sulle donne detenute nelle carceri irachene
Il sole 24ore, pagina 1/6 Articolo di Silvestri sugli sviluppi della politica Usa in Iraq.
Sui siti web islamici, oggi quasi tutti i quotidiani hanno articoli e brevi inchieste:
Avvenire, a pagina 3
Il giornale, a pagina 5
La stampa, a pagina 6