Se la notizia più importante di oggi è giustamente quella relativa al comunicato
inviato stanotte, continuano però sui quotidiani analisi e spiegazioni della
situazione irachena, e di ciò che in generale sta succedendo sul fronte
degli ostaggi.
Sul Riformista prosegue l’analisi delle informazioni in possesso dell’intelligence
italiana.
Scrive in prima pagina: "Attorno ai sequestratori delle due Simone qualcosa
si muove, come dimostra la notizia, confidata al Riformista da diverse fonti,
di una missione siriana di alto livello già da alcuni giorni in Iraq per
dare una mano agli italiani. Per capire cosa esattamente si sta muovendo,
occorre osservare almeno due distinte sequenze di fatti. (...) All’ottimismo
di due giorni fa è seguita ieri una ondata di cautela. E questa è già la
prima curiosa sequenza di fatti. Seconda sequenza. (...) nella serata di
ieri si viene a sapere dello sventato attentato alla nostra ambasciata di
Beirut, operazione condotta dal Sismi in strettissima collaborazione con
i servizi libanesi (...) Ma a questa sequenza manca un fotogramma. Il fotogramma
mancante riguarda il tour diplomatico del ministro Frattini e la complessa
ragnatela di contatti intrecciata con i paesi della regione. A cominciare
dalla Siria, che avrebbe accolto la richiesta di aiuto da parte dell’Italia
a una condizione: una lettera ufficiale (...) Ottenuta questa garanzia,
il principe Bashar el Assad avrebbe inviato in Iraq una missione guidata
niente meno che dal figlio del gran mutfi di Damasco."
Per quanto riguarda l’ostaggio inglese, l’appello fatto ieri nel video diffuso
dai suoi sequestratori non sembra scuotere la politica del governo inglese.
Così descrive la situazione Enrico Franceschini su Repubblica: "L’ostaggio
inglese che parla al premier britannico, implorando soccorso e pietà, porta
ad un nuovo livello, senza precedenti, il ricatto dei terroristi: un livello
mai raggiunto prima d’ora in Iraq e probabilmente neppure altrove, in altre
guerre, in altre sfide allo stato. Era già tremendo per Blair sentire gli
appelli in tv dei familiari che lo accusavano di non fare abbastanza (...)
Ma vedere il condannato a morte, sentire la sua voce, sapere che quelle
immagini stanno raggiungendo tutta la gran Bretagna, il mondo intero, e
continuare a respingere qualsiasi cedimento, è un’impresa che forse nessun
leader aveva ancora affrontato."
E aggiunge Vittorio Zucconi : "sacrificare la vita di ostaggi, di civili,
di militari, di innocenti abitanti travolti sotto le rovine dei bombardamenti,
ormai contati a decine di migliaia, ha senso, e trova il pieno sostegno
del pubblico, se i sacrifici misurano i progressi dell’avanzata e l’avvicinarsi
dell’obiettivo finale della vittoria." (...) Ma "per che cosa sono stati sgozzati
gli Amstrong, gli Hensley, i Berg, forse domani i Bingley? Per cosa sono
morti i nostri soldati e civili italiani? La deposizione di Saddam Hussein
valeva le almeno 20 mila vite loro e nostre? Quale causa avanzerebbe il
sacrificio delle due giovani donne del volontariato se fossero lasciate
al loro destino?"
Ma Blair non potrebbe cedere, come sostiene Alessio Alticheri sul Corriere
della Sera: "Quando cominciò la prima serie di sequestri i primi paesi colpiti
furono quelli che sembravano gli anelli deboli della catena. Qualcuno ritirò
le truppe, qualcun altro no. Poi, con il sequestro dei quattro italiani
e l’assassinio di Quattrocchi il disegno divenne esplicito. Ma il governo
Berlusconi rifiutò il ricatto. Ora la sfida sale più in alto, al secondo
anello, la Gran Bretagna. Blair non cede (...) ma Londra accusa ugualmente
il colpo: non era forse un raggio di speranza la notizia che una delle due
detenute poteva essere liberata? Poi la doccia fredda, il rifiuto americano
e persino l’irrisione di Baghdad: faceva veramente impressione vedere ieri
sera alla BBC il ministro Labari, che sta al governo grazie alla guerra
di Blair, spiegare che la scienziata di Saddam sta in prigione perché è
una prigioniera di grande importanza." Ma "se i terroristi uccideranno Bigley,
non otterranno altro che aumentare l’impegno britannico in Iraq. Blair non
può perdere la guerra che ha voluto così caparbiamente. Non può fare marcia
indietro", conclude il giornalista.
Ma chi ha davvero bloccato il rilascio delle due scienziate irachene?
La notizia era arrivata dal governo ad interim iracheno, più precisamente
dal portavoce del ministero della giustizia iracheno. Lo racconta, tra gli
altri Maurizio Molinari sulla Stampa: "L’annuncio sulle liberazioni è stato
fatto quando a Bagdad era mattina, ma a New York - dove si trova il premier
Allawi- era ancora notte fonda." La prima replica è così giunta dall’ambasciata
americana nella capitale irachena con un comunicato in cui si sottolinea
che le due scienziate sono e restano "sotto la nostra custodia legale fisica"
A chiudere il caso è stato il premier Allawi intervenendo da New York
con una dichiarazione dettata di persona alle agenzie di stampa: "non abbiamo
mai negoziato e non negozieremo con i terroristi sul rilascio degli ostaggi,
nessun rilascio avrà luogo finché non sarò io ad autorizzarlo."
Ma, dice Barbara Schiavulli su Avvenire, con la gestione di questa vicenda,
dopo "tre mesi di teorica sovranità, il governo iracheno anche in questo
caso ha dimostrato una totale mancanza di comunicazione interna ed esterna
e mostrato quanto sia debole il suo controllo anche in questo settore."
Critiche al governo iracheno vengono anche dall’Indipendente, che in un
"diario da Baghdad" di Leonardo Piccini descrive il gruppo dirigente isolato
"nello splendido palazzo di Jumburi, un’oasi surreale in un mondo totalmente
sconvolto. Protetto notte e giorno ossessivamente, con il ponte Qrada-Mansur
e la superstrada di Adimya chiuse al traffico. Quel governo ben rappresenta
i poteri e i gruppi che in Irak sono vicini agli Stati Uniti, ma è costretto
a confrontarsi con un pezzo dell’ex partito Baath che negozia ogni giorno
a colpi di attentati il suo ruolo nel futuro assetto iracheno."
La Stampa riporta anche il risultato di un televoto tra il pubblico di Al
Jazeera sul diritto degli iracheni di sequestrare gli ostaggi, e il risulato
è stato di un 94% che lo sostiene, e di un 6% che lo condanna.
Se sul quotidiano torinese la notizia di questo sondaggio è poco più di
un trafiletto, un altro sondaggio, quello condotto dal Tg2 è l’occasione
per un titolo a tutta pagina sul Giornale: "A 13 giovani su 100 piace il
kamikaze". Le proporzioni sono in realtà diverse da come presentate sul
titolo, e disegnano uno scenario diverso. Ma, aggiunto alla notizia sul
sondaggio di Al Jazeera, servono a definire una galassia, soprattutto adolescenziale,
da tutelare.
Non è un caso che nella stessa pagina sia riportato il sunto di una intervista
fatta da Muarizio Costanzo a Gianfranco Fini sulla questione del pacifismo,
che nei giorni scorsi aveva dato luogo a numerose polemiche.
E il palcoscenico del Costanzo Show dà il titolo di apertura al giornale
del partito di Fini, il Secolo d’Italia: "Al Costanzo show il vicepremier
invita ancora una volta a distinguere tra l’impegno pacificatore dei nostri
soldati e delle due Simone e l’ambiguità dei pacifisti." L’articolo a pagina
due è in realtà un resoconto di quella che è stata la serata di ieri in
tv, con molto spazio a questa parte senza però trascurare le altre domande.
Sulle due Simone dice: "Erano là per fare del bene. È il terrorista che
vuole che non si facciano distinzioni. Il terrorista non distingue, e non
vuole che gli arabi distinguano, tra occidentale buono e occidentale cattivo.
Per lui deve valere l’equazione per cui l’occidentale è un cristiano, quindi
un crociato, quindi un nemico. Il compito dell’occidente è saper distinguere
tra terrorismo e religione islamica."
Anche il Corriere della sera pubblica una breve intervista a Ignazio La
Russa, che torna ancora sullo stesso tema, e dice: "Non confondiamo le volontarie
italiane con i pacifisti. I pacifisti sono una corrente di pensiero che
pensa che di fronte al terrorismo bisogna ritirarsi e arretrare, è una caricatura
della pace. La causa delle due Simone si serve non rinunciando ai nostri
principi e alla pace vera."
Il Corriere della sera esce oggi anche con il suo inserto magazine, che
a pagina 50 ospita un articolo di Francesco Battistini, che riprende un
articolo della scorsa settimana di Vittorio Feltri, che legava insieme Simona
Pari, Simona Torretta, Valeria Castellani, Enzo Baldoni, Fabrizio Quattrocchi.
E poi il commento di Gustavo Selva, che dice: "Prima o poi bisognerà capire
cosa facevano esattamente, che contatti tenevano in Iraq questi volontari."
E Battistini non ha remore nel disegnare un quadro che piacerebbe a Selva:
"Un Ponte per... dal 1991 ad oggi ha però dovuto mantenere contatti con
chiunque: senza sottilizzare troppo sull’appartenenza ideologica di chi
arrivava in Iraq. Senza opporsi granché alle brutture del regime. (...) Anche
sul sito dell’associazione, fra i 313 comunicati stampa datati tra il 1996
e oggi, abbondano le denuncie antiamericane, il sostegno al leader palestinese
Barghouti, che Israele ha condannato per terrorismo, le accuse di repressione
poliziesca alle autorità italiane per i lacrimogeni usati ad Acerra. Ma
non si trova un titolo contro trent’anni di dittatura in Iraq."
Lo sciacallaggio è già iniziato
Poche invece sui giornali di oggi le notizie e le informazioni sull’Iraq
stesso, e su quanto avviene là di fuori di quello che riguarda la questione
degli ostaggi occidentali.
Ci prova Liberazione con la consueta colonna dei trafiletti, a ricordare
bombe ed omicidi, ma è Giuliana Sgrena sul Manifesto a parlare di "un giorno
di morte a bagdad": "Mentre Allawi smentisce se stesso e perde definitivamente,
se ancora ce ne fosse bisogno, ogni credibilità, il paese brucia. Non è
ancora spento un fuoco che se ne infiamma un altro. Non si è ancora pacato
il rumore di uno scoppio che subito ne risuona un altro. Non è ancora finito
il bombardamento di Falluja che si comincia ad attaccare Sadr City. Il numero
dei morti aumenta, anche il bilancio di ieri di decine di morti iracheni,
vittime delle bombe americane e del terrorismo."
E ancora Liberazione, con un articolo di Martino Mazzonis, ricorda come
quella attuata dagli Usa adesso in Iraq sembri "più una strategia politica
e non militare". Una strategia il cui obiettivo è "eliminare fisicamente
tutti i soggetti politici sgraditi prima di consentire agli iracheni di
esprimere le loro preferenze."
E ancora il Giornale torna sulla morte di Al Shami con un articolo di Gian
Micalessin.
"Lo sceicco giordano Omar Youssef Jamah, ovvero quell’Abu Annas al-Shami
conosciuto come l’ispiratore del capo terrorista Abu Moussa al Zarqawi e
il teorico della decapitazione degli ostaggi occidentali, è stato incenerito
dai missili statunitensi."
Partendo dal luogo dove lo sceicco è stato ucciso, Micalessin fa alcune
considerazioni che riguardano la vicenda degli ostaggi: "La presenza di
Shami vicino a Bagdad fa pensare che Zarqawi e i suoi sfruttino la complessità
urbana della capitale, una megalopoli di 5 milioni di abitanti, per nascondere
se stessi e i propri prigionieri. (..) Il trasporto di prigionieri e corpi
decapitati dentro e fuori da una Falluja circondata da posti di blocco non
è compatibile, infatti, con le poche ore trascorse tra l?uccisione e il
ritrovamento dei cadaveri."
E potrebbero esserci anche militanti francesi proprio a Falluja, secondo
quanto scrive Tullio Giannotti sul Tempo: "È un drappello sparuto, non
più di una decina, sono francesi e avrebbero preso la strada per Baghdad
per andare a combattere la guerra santa, la Jihad, contro le truppe della
coalizione. I servizi di controspionaggio francesi ne sono convinti, tanto
da aver aperto una inchiesta."
La figura di Zarqawi è oggetto dell’articolo di Giancesare Flesca sull’
Unità che parlando della sua pericolosità e della sua ferocia, scrive: "C’è
chi sostiene, e non senza argomenti ragionevoli, che questa casacca gliela
stiano costruendo addosso i servizi segreti occidentali, cui un personaggio
infame e sanguinario come il nostro eroe farebbe un certo comodo. Intanto
per screditare ogni forma di resistenza irachena trasformandola in terrorismo
spietato e irragionevole. Poi perché un manichino con addosso i panni di
Zarqawi è sempre utile per scaricargli addosso delitti veri o presunti,
e serve inoltre egregiamente a fomentare paure e incubi popolari. In effetti
l’immagine di quest’uomo come leader delle azioni terroriste nasce nel 2002, in coincidenza col fallimento dei molti tentativi di arrestare Osama Bin
Laden. I malpensanti possono immaginare che a quel punto bisognava trovare
un altro diavolo in carne e ossa cui dare la caccia per rafforzare presidenti
guerrieri di ogni tipo, in onore dei quali il montone sacrificale potrebbe
venir catturato e ucciso proprio al momento giusto." "Un Fantomas del terrore
che non sfugge ai riflettori, anzi fa di tutto perché la luce lo investa
in pieno, forse per vanità. Forse per un trucco scenico decretato da chissà
quale regista."