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Mostra Cinematografica Venezia
Machan

mercoledì 17 settembre 2008 di Enrico Campofreda

Regia: Uberto Pasolini
Soggetto e sceneggiatura: Uberto Pasolini, Ruwanthie de Chickera
Direttore della fotografia: Stefano Falivene
Interpreti principali: Dharmapriya Dias, Gihan De Chickera, Dharshan Dharmaraj, Namal Jayasinghe, Sujeewa Priyalal, Mohamed Adamaly, Pubudu Chathuranga, Christian Ebert, Dayadewa Edirisinghe, Malini Fonseka, Theertham Muthiah Ganeshan, Sanjaya Hettiaratchchi, Lalith Janakantha, Nino Jayakodi, Sarath Karunaratne, Vajira Kodituwakku, Ravi Kumar
Produzione: StudioUrania, Babelsberg Film, Shakthi Films, Redwave
Origine: Ita, Ger, Sri Lanka, 2008
Durata: 110’



La storia è tutta brillantemente vera come l’ottimismo pur disagiato che si trascina dietro ed è accaduta quattro anni or sono. E se quel che si vede sullo schermo è energetico, coinvolgente, simpatico si comprende chiaramente perché il mondo degli ultimi può avere una marcia in più, basta trovare la via giusta. Chi non ha nulla da perdere si gioca tutto alla maniera della pseudonazionale di pallamano dello Sri Lanka e pur sconfitto 72 a 0 alla fine trova la via del gol. Stanley è un venditore di frutta spiantato ma appassionato che vive, come quasi tutto il popolo dell’isola in condizioni d’indigenza cronica. La povertà, i debiti, le truffe subite non piegano però la dignità e la speranza. Insieme all’amico barista Manoj sogna di fuggire in Europa, per guadagnare e aiutare le vecchie zie con cui abita (insieme a fratello, sorella e focoso cognato) in una baracca della bidonville di Colombo.

I due amici frequentano Suresh figlio d’un agitatore politico, che parla di liberazione dal nuovo colonialismo della globalizzazione ma è distante dai loro bisogni quotidiani. Così i giovani pur attaccando i suoi manifesti non se la sentono d’attendere rivoluzioni impossibili e cercano proprie strade per aggirare la triste quotidianità. Il colpo di genio di Stanley giunge con un depliant che annuncia un torneo internazionale di pallamano in Baviera. Nell’isola nessuno conosce quello sport, al massimo si gioca a cricket però Stanley e Manoj risalgono via internet a notizie sulla specialità e si fanno stampare il regolamento. Quindi riuniscono un primo gruppo d’amici e, spacciandosi per la nazionale del proprio Paese, prepararono una falsa documentazione per farsi invitare dagli organizzatori. Seguono altre preparazioni: la divisa, la foto ufficiale, i primi allenamenti. Il gruppo s’allarga, anziché sedici diventano ventitré visto che col passaparola arrivano alcuni migranti afgani, maturi mariti sospinti da consorti desiderose di euro, addirittura un paio di poliziotti in cerca di miglior sorte e un truffatore abituale.

Trovarsi sul passaporto il visto per l’espatrio che consolati e uffici per la migrazione fino a quel momento gli vietavano è una grande gioia, ciò nonostante Manoj non si sentirà di abbandonare la famiglia rinunciando all’avventura. Che prosegue sul campo di handball davanti agli occhi dapprima esterrefatti poi divertiti di spettatori e avversari che non s’aspettavano un gruppo così digiuno della specialità. Gli stessi cingalesi hanno il timore d’essere scoperti e rimpatriati perciò, dopo la figuraccia del primo match cercano un richiamo d’orgoglio attraverso i simboli della nazione d’origine: la maglia, la bandiera e lo stesso amor proprio individuale. In alcuni momenti più d’uno penserebbe solo a fuggire - in fondo per tutti il torneo rappresentava un escamotage per la migrazione - ma prima della dispersione riservano uno spazio al destino che impone loro di comportarsi come un collettivo. E in quei minuti, nel ruolo pur inventato, in quella partecipazione anche perdente ciascuno ha un’anima e la mostra. Poi ci sarà la fuga, lo straniamento in una terra probabilmente ostile, si chiami Germania, Italia, Inghilterra per raggranellare quel denaro che nel sistema del denaro li vuole clandestini.




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