Bene: il 24 febbraio scorso in Iraq, nei pressi di Nassiriya, una trentina di soldati italiani sarebbero stati accerchiati dalla popolazione e di fatto sequestrati per alcune ore. Lo sappiamo dal Manifesto (leggi l’articolo), perché altri giornali non si sono degnati di dircelo. Poi tutto si sarebbe risolto per il meglio, ma intanto si è rischiato ancora una volta il massacro di altri civili iracheni, o di altri soldati italiani, o di tutti e due. Di quanti altri morti c’è bisogno per convincersi che le nostre forze armate in Iraq stanno collaborando a un’occupazione militare in piena regola? Un’occupazione senza alcuna giustificazione giuridica, morale, strategica, economica, se non la difesa degli interessi di una oligarchia di petrolieri statunitensi assatanati e dei loro alleati più o meno puliti in Europa, in Medio Oriente e nel resto del mondo.
L’occupazione non ha alcuna giustificazione né giuridica né morale, come non ne ebbe la guerra di cui essa è conseguenza. Non può avere legittimità un’occupazione che calpesta ogni norma del diritto internazionale ed eleva l’arbitrio degli Usa a fonte di una legge di fatto basata solo sulla violenza. Non può avere fondamento dopo che sono caduti a uno a uno, come nella vecchia favola del lupo e dell’agnello, i pretesti che Bush e Blair avevano addotto per l’attacco e l’invasione (la presenza di armi di distruzione di massa mai trovate, i legami di Saddam Hussein con Al Qaeda mai documentati). Continuando a mantenere le sue truppe in Iraq, per quanto esigue siano, per quanto cauto e rispettoso il loro comportamento (ed è ciò che ci dice l’informazione ufficiale, ma chi può davvero saperlo?), l’Italia si fa dunque complice di una sopraffazione, e si espone alla crescente ostilità della popolazione irachena. Per il rispetto dei diritti dei popoli, per la stabilità della regione, per il diritto degli iracheni a risolvere i propri problemi e a stabilire le proprie regole di convivenza senza interferenze esterne, tutte le truppe di occupazione dovrebbero ritirarsi immediatamente.
Ma noi italiani, intanto, abbiamo il diritto e il dovere di chiedere che se ne vadano le nostre, di truppe, per non esporre dei nostri cittadini (anche se militari di carriera, anche se volontari) al rischio di morte, per non coinvolgere il nostro paese nella riprovazione e nell’ostilità che giustamente si riservano a chi occupa ingiustamente una terra altrui.
Ma se non ci sono ragioni giuridiche o morali per l’occupazione, possono essercene di politiche, di strategiche, di economiche, argomenta (o potrebbe argomentare) qualcuno, anche a sinistra (e ci riferiamo, per esempio, ai cosiddetti "miglioristi" interni ai Ds). La guerra fu ingiusta e ingiustificata, è vero: ma adesso che Saddam è caduto, il ritiro immediato delle truppe di occupazione non precipiterebbe il paese nel caos? Era meglio non andare, è vero: ma adesso che ci siamo, non conviene restare per assicurare anche alle nostre imprese, alla nostra economia, qualche piccola fetta della gigantesca torta della cosiddetta "ricostruzione" (è quello che con bella disinvoltura ha sostenuto il grande privatizzare di Baghdad, Thomas Foley, in un recente convegno a Roma organizzato dall’Istituto per il commercio estero e dal Ministero degli esteri)? Superiamo per un momento il comprensibile disgusto morale e umano che ci fanno simili argomentazioni, e proviamo a rispondere, visto che esse circolano nelle televisioni, sui giornali, nei discorsi di tante persone. E ci accorgeremo che sono inconsistenti, anche sul piano del cinico "pragmatismo" che pretenderebbero incarnare.
Sul piano politico-strategico: intanto c’è l’ipocrisia di chi evoca lo spauracchio del caos nel paese dopo avercelo coscientemente precipitato, dopo aver fatto cadere il governo (dittatoriale, è vero), distrutto lo stato iracheno (tirannico, è vero), sciolto un esercito di 400.000 uomini che in gran parte neppure aveva combattuto gli invasori. È la vecchia solfa del colonialismo di ieri e di oggi: arabi, neri, asiatici, sono incapaci di autogestirsi, di regolarsi da soli, sono primitivi e litigiosi, diamo loro una mano a diventare civili e democratici! In Congo nel 1960 come ad Haiti oggi: cambiano strumenti e fasi storiche, ma il disprezzo per le culture diverse è sempre lo stesso, e maschera la stessa avidità di ricchezze, la stessa vocazione allo sfruttamento che è connaturata al capitalismo di ieri e di oggi. Ma l’Iraq (nazione artificiale creata nel 1911 dall’allora fiorente imperialismo britannico) ha una lunga storia di lotta contro le ingerenze e le occupazioni straniere, dagli ottomani agli inglesi. E oggi è in atto una vera e propria resistenza nel paese, che assume forme diverse tra le comunità sciita e sunnita (i curdi, per il momento, appaiono meno ostili agli americani, ma per quanto?), una resistenza che gli statunitensi e i media occidentali cercano di occultare chiamandola "terrorismo," ma che esprime invece un sentimento molto diffuso di insofferenza e di opposizione all’occupazione, e che si basa su strutture organizzate clandestine ma che hanno l’appoggio, più o meno esplicito, della popolazione. Ebbene, non ci sarebbe caos nel paese se si valorizzassero queste forme organizzative, se le tre comunità etniche negoziassero tra loro un assetto del paese accettabile per tutti. Questi processi dovrebbe favorire una Onu degna di questo nome, e non l’organizzazione attuale paralizzata dall’arroganza Usa ed europea e dalla corruzione e l’opportunismo dei paesi del terzo mondo.
Quanto all’economia, è ovvio che l’obiettivo ultimo della cacciata di Saddam Hussein era impadronirsi del petrolio iracheno e indebolire ulteriormente il fronte arabo a vantaggio della posizione di Israele. La sbandierata "esportazione della democrazia" non è solo una copertura, ma va letta correttamente: vuol dire in effetti la totale privatizzazione dell’economia irachena e la sua apertura selvaggia alle multinazionali angloamericane e (in subordine) europee. Altro che ricostruzione! Bene: l’industria italiana potrebbe trovare conveniente nell’immediato partecipare alla spartizione di questo bottino (in fondo le truppe italiane stanno a Nassiriya essenzialmente per proteggere la presenza dell’Eni in un vicino giacimento petrolifero). Ma, ancora una volta: quanto potrebbe durare? Solo fino a che il mondo arabo tollererà questa scandalosa riduzione dell’Iraq a colonia angloamericana. La presenza militare occidentale in quell’area (in Iraq come in Afghanistan) destabilizza, e non pacifica, la regione; rafforza, e non indebolisce, le correnti estreme islamiste; aggrava insomma, e non risolve, alcuno dei problemi dell’area. In queste condizioni, la presenza economica occidentale in Iraq avrebbe sempre bisogno del sostegno armato degli eserciti. La prospettiva della guerra infinita, tutto sommato, potrebbe non essere così favorevole all’espansione economica dell’occidente come pensano i neoconservatori (e neoimperialisti) americani.
Solo una pressione forte e generalizzata dei movimenti mondiali per la pace può rallentare e rovesciare i pericolosi progetti angloamericani. Che il 20 marzo prossimo le piazze si riempiano di manifestanti contro la guerra e l’occupazione, in sostegno alla resistenza irachena e all’autodeterminazione dei popoli, è interesse di tutti.