Negli ultimi sessant’anni di storia mondiale le generazioni che si sono susseguite hanno visto i cambiamenti più grandi che hanno segnato il secolo: dalla fine della Seconda Guerra Mondiale con Hiroshima, alle Rivoluzioni sudamericane, alla guerra del Vietnam, alla Guerra Fredda fino alla caduta del muro di Berlino, alle guerre imperialiste ancora in corso.
Gli stessi sessant’anni, quasi, corrispondono alla durata dell’occupazione della Palestina che ha avuto un inizio ma non vede ancora la fine. Sembra che il Mondo abbia chiuso gli occhi su quella terra, su quello che succede, su un caso unico d’ingiustizia e d’oppressione che continua a mietere vittime civili.
Si parla molto spesso delle conseguenze di questo conflitto, d’eventuali soluzioni e processi di pace, non del problema fondamentale che è l’occupazione che, solo nel mese scorso, ha causato la morte, come assassinio mirato da parte di soldati Israeliani, di 28 Palestinesi. La maggiorparte di loro erano giovani tra i 18 e i 35 anni.
Il silenzio del Mondo, compreso quello dei paesi europei e dell’Italia continua. Non si condanna più, né si osserva con la dovuta preoccupazione l’aggressività dello Stato d’Israele. Sembra che questo Mondo capisca di più il terrorismo piuttosto che l’occupazione.
In questo momento il popolo palestinese sta vivendo i suoi giorni più bui, abbandonato a se stesso, isolato politicamente e fisicamente dal Mondo, lasciato a risolvere i conti interni da una parte e subire i più brutali soprusi dall’altra. Ondate di manifestazioni e scioperi si ripetono quotidianamente nelle città e nei villaggi in Palestina. Operai, insegnanti e impiegati non riscuotono da mesi i loro salari. La macchina governativa e tutti i servizi sociali sono messi in ginocchio, mancano di conseguenza i servizi essenziali: sanità, istruzione e giustizia. Tale situazione è la conseguenza dell’isolamento irresponsabile, da parte dei paesi occidentali soprattutto finanziatori dell’Autorità Nazionale Palestinese, nei confronti del governo di Hamas eletto democraticamente nel gennaio 2006.
Le varie iniziative, finalizzate al consolidamento del fronte interno, per trovare un accordo tra le fazioni politiche più influenti per costruire un governo di unità nazionale, sono fallite. Ciò lancia l’allarme per un’eventuale guerra civile.
In tutto quest’Israele non risparmia tempo per peggiorare la situazione continuando la costruzione del muro, confiscando nuove terre, chiudendo l’unico valico che collega la striscia di Gaza all’Egitto. Cosi Israele rappresenta la principale minaccia per l’equilibrio e la pace dell’intera zona.
In Italia sono indette due manifestazioni nazionali per il 18 novembre. La prima per la Palestina si terrà a Roma. La seconda per la pace avente come tema centrale “la questione palestinese” si terrà a Milano. La sovrapposizione delle date non è una coincidenza, ma è l’espressione più palese della spaccatura avvenuta all’interno del movimento pacifista italiano dopo l’intervento in Libano. Il movimento, che pretende di influenzare l’opinione pubblica e istituzionale, non è stato in grado di rispondere efficacemente agli appelli lanciati dalla società civile palestinese. I Palestinesi chiedono che sia fermata immediatamente l’occupazione militare, la confisca delle terre, la colonizzazione, la costruzione del muro dell’apertheid, e che siano restituiti loro i diritti di spostamento e di autodeterminazione e soprattutto che sia loro riconosciuto il diritto alla vita.
Le scelte del Movimento Pacifista non hanno fatto altro che impedire un’ulteriore occasione importante, in un momento così delicato, di manifestare per la Palestina.
Per queste richieste, sarei voluto scender in piazza in una manifestazione unitaria per la Palestina
Bilal Murar
Fonte: http://www.forumpalestina.org