Mentre il mondo islamico era in fiamme per le "vignette sataniche" danesi la prima reazione dei leader occidentali, Bush e Blair in testa, è stata più o meno: va bene bombardare e invadere gli arabi con un pretesto qualsiasi ma prendere per il culo i simboli della loro religione, questo decisamente non va. Per quanto incredibile, anche nei paesi islamici una fetta consistente della societa’ civile - dal Bossi di Teheran ai laicissimi militanti di Al Aqsa che hanno preso d’assalto le rappresentanze europee in Palestina - sembra pensarla allo stesso modo. E se Benedetto XVI e il rabbino di Parigi ripetono con una sola voce che la libertà di espressione e la tolleranza discenderebbero da dio, e non il contrario, il "laico" Umberto Galimberti sulla prima pagina di Repubblica, si affanna a spiegarci che "religione" non ha oggi nell’Islam
lo stesso significato che ha assunto in Occidente (dove ci si è scannati, fino a due secoli fa, non sull’infallibilità del Papa ma sul diritto di vendere le indulgenze).
La separazione tra stato e chiesa sarebbe infatti, almeno momentantaneamente, preclusa agli islamici che, poveretti, non ci sono ancora arrivati malgrado Internet e la tv satellitare. Identità di cristallo, stadi di una civiltà a tappe, uguali per tutti, ci obbligherero a mostrarci comprensivi verso chi non potrebbe tollerare la nostra irreligiosità nemmeno per un minuto, anzichè, predisporsi al dialogo, a nostra volta incazzati. Per l’antropologo Galimberti l’universalismo è passée, ma l’autostrada del progresso, che lo ha sorretto per oltre due secoli, resta evidentemente a senso unico; che la moschea sia, più semplicemente, tutto quello che resta oggi in piedi nel mondo arabo, uscito a pezzi dal crollo del nazionalismo e dal confronto, militare e coloniale, con l’Occidente, è un dubbio che non funesta il suo ragionamento. Per questo, forse, bombardare le masse islamiche o gassarle, come facevano gli inglesi, per accelerarne il progresso, deve apparire meno grave ai nostri leader che sbeffeggiarne i costumi, stuzzicando un risentimento follemente indirizzato.
Veniamo ai fatti. Un popolare tabloid danese, il Jyllands-Posten (600 mila copie vendute), ha la
brillante idea di commissionare 25 "ritratti" del profetta Maometto ad altrettanti disegnatori per vedere se il politically correct ha definitivamente rimbambito la satira danese. Un’ idea del cavolo, forse, ma perfettamente legittima, che non ha prodotto capolavori ma, per la verità, bozzetti abbastanza tristi e, in un paio di casi, vignette che strappano sorrisi forse incuranti degli stereotipi razzisti veicolati sottobanco. Cosa succede? Poco o niente, qualche imam si incazza, la gente sta al gioco o se ne fotte, il quotidiano iperconservatore va all’incasso. Passa qualche mese, la faccenda sembra chiusa e invece riesplode. Con buon pace dei Galimberti, i confini del nostro mondo globalizzato non sono più quelli conosciuti ad Averroè e pezzi importanti del mondo islamico scoprono che affondare il coltello nel burro danese (e, già che ci siamo, francese, tedesco, olandese..) costa poco e buca pure il prime time. "Perchè lasciare la guerra di civiltà ai neocons?" deve essersi chiesto qualcuno. Ed è così che un editore danese diventa, per le masse islamiche incazzate, "la Danimarca" e, nel giro di poche ore, il simbolo stesso dell’ Europa atea e blasfema.
A questo punto, tra un ambasciata norvegese in fiamme, un prete italiano accoppato, l’export danese a picco e il Libano che riscopre il brivido della guerra civile, l’Occidente - impegnato nella missione legalmente impossibile di interdire all’Iran il sospirato status nucleare (e non la bomba, oggi alla portata di chiunque o quasi) - tira fuori le palle, naturalmente a modo suo.
Bush e Blair prima prendono le distanze scandalizzati dalle "vignette sataniche", in nome di un comunitarismo un po’ viscido, poi, come da copione, scaricano sulla Siria la responsabilità dei disordini, che nel frattempo hanno causato morti orribili dall’ Afganistan al Medio Oriente.
Senza troppa convinzione, l’Europa,
assume le difese d’ufficio dei danesi, dopo che Barroso, praticamente, si è dato. Per i Feltri e le Fallaci, lasciati soli a difendere la civiltà occidentale così come loro l’hanno sempre intesa, una manna dal cielo.
A questo punto, il disastro è servito, il seme del fanatismo, dalla Danimarca all’Indonesia, ha già fatto il giro del mondo e la palla è tornata nella nostra metà campo; qui è facile prevedere più intolleranza e meno libertà per tutti. In Gran Bretagna, ad esempio, Blair, malgrado l’indignazione di un Salman Rushdie, ha già varato lo scorso anno una legge che inchioda al rispetto delle credenze religiose di chicchesia la libertà di parola altrui. Che fare, allora? Come cominciare a confrontarci con il mondo, senza delegare i nostri valori più cari a leader che sappiamo criminali o cialtroni? Chiariamolo una volta per tutte: certo che ci vergognamo di loro ma ci riserveremo sempre il diritto di farci beffe, a proposito e a sproposito, non solo dei fanatici islamici, cristiani, ebrei, induisti (e ci mancherebbe pure !) ma anche di ogni idea del sacro che si pretende al di sopra del giudizio dei comuni mortali. Forse non sarebbe troppo tardi.