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La storia di Federico Aldrovandi


(JPEG) La storia di Federico Aldrovandi, Ferrara, 2/1/2006
da debate - lilliput

Scrivo la storia di quel che è successo a Federico, mio figlio.

Non scriverò tutto di lui, non si può raccontare una vita, anche se di soli 18 anni appena compiuti.

È morto il 25 settembre, il giorno di natale sono stati tre mesi. Ho sempre pensato che sopravvivere ad un figlio fosse un dolore insostenibile. Ora mi rendo conto che in realtà non si sopravvive. Non lo dico in senso figurato. È proprio così. Una parte di me non ha più respiro. Non ha più luce, futuro. Perché il respiro, la luce e il futuro sono stati tolti a lui.

Sabato 24 settembre è stato un giorno sereno, allegro.

Dopo la scuola il pranzo insieme, chiacchiere, risate. Era ancora estate, faceva caldo. Ha portato a spasso il suo amico cane. Non lo faceva spesso, ma quel giorno è andato con la musica in cuffia. Tutto in quel giorno aveva un’aura speciale. Pensandoci ora è come se avesse voluto salutare tutti noi. Ha avuto sorrisi per tutti. la gioia era lui. Ha incontrato la compagnia, ha fatto il suo lavoretto di consegna pizza. Il programma della sera prevedeva un concerto a Bologna. Prima di partire è passato da casa per cambiarsi le scarpe, rotte giocando a pallone. È stata l’ultima volta che l’ho visto vivo. Ha salutato tutti, compreso il fratello che dormiva già, chiedendomi perché Stefano non avesse risposto al suo saluto. Anche una sua amica mi ha confermato che quella sera era sereno, che l’ha salutata sorridente con la solita pacca sulla spalla e l’appuntamento al giorno dopo. Non è mai esistito il giorno dopo. Al Link il concerto era stato annullato. Quindi la serata è trascorsa lì dentro. L’hanno detto i compagni che erano con lui, non posso definirli amici, e le analisi lo hanno confermato. Uno dei ragazzi gli ha venduto una sostanza, una pasticca o simili. Lo definiscono lo sballo del sabato sera. È sbagliato si. Ma non si muore di questo. Federico lo sapeva bene. Era stato partecipe di un progetto scolastico di ricerca e informazione promosso dalla provincia. So che la sua era una conoscenza approfondita con ricerche sui siti delle asl, conosceva le sostanze e gli effetti. Ed era a suo modo un igienista. Aveva grande cura del suo corpo, di quel che mangiava. Era uno sportivo. Una ragazzo splendido pieno di salute. E di progetti: pensava alla musica, al suo futuro, lo studio serviva a costruire il futuro. Nell’immediato c’erano le cose semplici: la patente dopo pochi giorni, il karate, un band musicale da organizzare con gli amici, e la vita di tutti i giorni cercando di stare bene. Trascorsa la serata il gruppo era rientrato a Ferrara, tornati al punto di incontro dove i più avevano lasciato le macchine o i motorini. Federico era a piedi. Era partito da casa in macchina con Michy, che poi non era andato a Bologna. Erano ormai le cinque del mattino. I ragazzi hanno raccontato che gli hanno offerto un passaggio ma Federico non aveva voglia di rientrare subito. Sarebbe tornato a piedi. Era vicino a casa.

Dal suo cellulare si vede che ha chiamato diversi altri amici. Specialmente i suoi migliori amici, un paio di volte ciascuno. Forse per chiedergli se erano ancora fuori. sembra che nessuno gli abbia risposto. I ragazzi che conosco mi hanno detto che avevano già spento il cellulare per dormire.

E poi non so cosa sia successo esattamente. A quell’ora mi sono svegliata, forse non del tutto, chiedendomi se Federico fosse rientrato. Avevo una stanchezza invincibile non riuscivo a muovermi. Poi ho sentito un rumore nella sua stanza ed ero sicura che fosse lì.

Mi sono risvegliata che erano quasi le otto.

Ho cominciato a chiamarlo e ad inviare messaggi. Nulla.

Non era possibile che non rispondesse. Se tardava mi avvisava sempre. Diceva che lo stressavo ma non voleva farmi stare in pensiero. Mi aggrappavo all’idea che avesse solo perso il cellulare.

Poi l’ha chiamato anche suo padre. Sul cellulare di Federico il padre è memorizzato col solo nome, Lino.

Una voce ha risposto.

Ha imperiosamente chiesto chi fosse al telefono, ed ha chiesto di descrivere Federico.

Poi si è qualificato come agente di polizia, ed alle nostre domande ha risposto che avevano trovato il cellulare su una panchina dalle parti dell’ippodromo e che stavano facendo accertamenti. Ed ha riattaccato.

Immediatamente ho cercato in Questura, e ho cercato anche ripetutamente un amico che ci lavora.

Nulla.

Il centralinista rispondeva: c’è il cambio di turno. non sono informato., appena avremo notizie chiameremo noi.

Niente per altre tre ore!!!! Passate nell’angoscia e nelle telefonate frenetiche agli ospedali, ai suoi amici e di nuovo ripetutamente alla questura.

Nel frattempo Stefano è accorso in bicicletta alla ricerca del fratello. Ringrazio il cielo che non sia andato nel posto giusto.

La polizia è venuta ad avvisarci solo verso le 11. dopo che lo avevano portato via.

Il suo corpo è rimasto sulla strada dalle 6 alle 11.

E non mi hanno chiamata. Era mio figlio. Nessuno ha il diritto di tenere una mamma lontana da suo figlio!

E mi hanno detto che lo hanno fatto per me. perché era meglio che non vedessi.

In quel momento gli ho creduto.

La polizia ha detto che un’abitante della zona aveva chiamato perché sentiva delle urla.

Dicevano anche che si era ferito sbattendo da solo la testa contro i muri.

Questo si è rivelato falso. Smentito dalle verifiche. Federico era sfigurato dalle percosse.

Molto tempo dopo ho riavuto i suoi abiti. Portava maglietta, una felpa col cappuccio e il giubbotto jens. Sono completamente imbevuti di sangue.

Hanno detto che non voleva farsi prendere. Che ha lottato ed è salito anche in piedi sulla macchina della polizia. I medici hanno riferito che aveva lo scroto schiacciato, una ferita lacero-contusa alla testa e numerosi segni di percosse in tutto il corpo. Ho potuto vedere solo quella sul viso, dalla tempia sinistra all’occhio e giù fino allo zigomo, e i segni neri delle manette ai polsi. L’ho visto nella bara. Il suo corpo non sembrava più allineato e simmetrico. Il mio bambino era perfetto, e stupendo. L’hanno distrutto.

E la polizia mi raccontava che era drogato. Che si era fatto male da solo. Che tutto questo era successo perché era un povero tossico e noi sfortunati.

Lo vogliono uccidere due volte. Le analisi hanno confermato che quel che aveva preso era irrilevante. Non certo causa di morte né di comportamenti aggressivi. Semmai il contrario.

Quel che penso è che Federico fosse terrorizzato in quel momento. Gli stava crollando il mondo addosso. La vergogna di essere fermato dalla polizia, la patente allontanata perché aveva preso una pasticca. E aveva dimenticato la carta di identità.

Quella mattina nel vicinato dicevano che era morto un albanese. Nessuno si preoccupava più di tanto.

Ha certo cercato di scappare. Di non farsi prendere. Visto com’era ridotto si capisce come lo abbiano fermato. Quando lo hanno immobilizzato, ammanettato a pancia in giù non ha più avuto la forza di respirare.

Chissà quando se ne sono accorti?

L’ambulanza è stata chiamata quando ormai non c’era più niente da fare. E nemmeno allora lo hanno portato all’ospedale per provare un intervento estremo. Lo hanno lasciato lì sulla strada. Cinque ore. Poi lo hanno portato all’obitorio. E solo allora sono venuti ad avvisarci.

Perché?

Se fosse vero che dava in escandescenze da solo perché non è stata chiamata subito l’ambulanza?

Perché atterrarlo in modo tanto violento e cruento? Era solo. Non c’era nessuno. Era disarmato. Non era una minaccia per nessuno.

Perché aspettare tanto prima di avvisare la famiglia? Chiaro. Per non farcelo vedere.

Se lo avessimo visto così cosa sarebbe successo? Che risonanza avrebbe avuto?

Sul giornale del giorno dopo un articolo che dichiarava che era morto per un malore. tratto dal mattinale della questura. Il giorno dopo sull’altra testata cittadina "Federico sfigurato". Immediate controdeduzioni del Capo Procura: "non è morto per le percosse". questa è stata la prima ammissione di quanto successo.

Ad oggi ancora non sono stati depositati ufficialmente gli esiti degli esami medici. Sono emersi solo alcuni dettagli che ho citato prima.

Quel che non mi da pace è il pensiero del terrore e del dolore che ha vissuto Federico nei suoi ultimi minuti di vita. Non ha mai fatto male a nessuno. Credeva nell’amicizia che dava a piene mani. Era un semplice ragazzo come tanti. Come tutti i ragazzi di quell’età si credeva grande ma dentro non lo era ancora. Aveva tutte le possibilità di una vita davanti, e una gran voglia di viverla.

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Repubblica, VENERDÌ, 13 GENNAIO 2006

Dopo il caso esploso su Internet, polemiche e due versioni a confronto. Il sindaco: voglio la verità. Il giallo delle manette

Denuncia sul blog, questura sotto accusa

Ferrara, la madre del giovane: l’hanno ucciso. La polizia: calunnie

Dal nostro inviato

JENNER MELETTI

FERRARA - I suoi amici, accorciando il suo cognome, lo chiamavano Aldro. Riccardo Aldrovandi, anni 18, studente al IV anno dell’Itis, scuola per periti elettrotecnici (sua madre dice con orgoglio che era «molto bravo») è morto prima dell’alba di domenica 25 settembre, e sua madre vuole sapere perché. Overdose, collasso, morte improvvisa: sul mattinale della questura, e poi sui quotidiani, è stato scritto di tutto. «All’inizio ci ho creduto, a quanto mi aveva raccontato il poliziotto che si era presentato a casa mia. Mi disse: abbiamo trovato suo figlio su una strada, si stava facendo male da solo, sbattendo la testa contro i pali della luce. Quando abbiamo cercato di fermarlo, si è accasciato. Signora, ci dispiace. Suonano alla porta, ti dicono che tuo figlio è morto. Non riesci ad usare la testa». Poi, piano piano, si fa strada un’altra verità. «Leggo una dichiarazione del procuratore capo che dice: Riccardo Aldrovandi non è morto a causa delle percosse.
Ma come? Allora lo hanno picchiato. E poi vedo mio figlio già nella cassa, prima del funerale, e quasi non riesco a riconoscerlo, con un livido enorme in faccia, e quei segni maledetti sui polsi, provocati dalle manette. Chissà quanto hanno tirato per fargli tanto male».
Inizia così questa brutta storia ferrarese, con una madre, Patrizia Moretti, impiegata comunale ed un padre, Lino Aldrovandi, ispettore dei vigili urbani ad Argenta, che non vogliano accettare il silenzio sulla morte di loro figlio. «Nemmeno fosse morto un gatto. Qualche titolo sui giornali nei primi giorni e poi un muro di gomma. Abbiamo aspettato uno, due, quasi quattro mesi, e poi abbiamo chiesto aiuto a tutti con il blog su Kataweb. Ci sono tante risposte che ancora non sono riuscita a leggerle».
Anche Amnesty International, da Londra, ha fatto sapere di volere sapere come sia morto Andro. Il sindaco di Ferrara, Gaetano Sateriale, esprime «totale fiducia nelle forze dell’ordine» ma chiede comunque che sulla fine del ragazzo «sia stabilita al più presto la verità». Una verità che, secondo la questura, è già stata accertata. «Sono state fatte - dice il questore Elio Graziano - affermazioni calunniose nei confronti del personale di polizia. L’equipaggio di una volante è intervenuto quella mattina perché un giovane urlava frasi sconnesse e colpiva alcuni pali della luce con il capo. Alla vista dell’auto della polizia il giovane era balzato sul cofano e aveva tentato di colpire con calci gli operatori. Sono state chiamate un’altra pattuglia, i carabinieri e un’ambulanza. Per immobilizzare il giovane fu necessario applicargli le manette ai polsi, che su parere conforme dei sanitari gli furono lasciate e solo successivamente tolte. Noi siamo intervenuti solo per impedire ad un giovane di continuare a farsi del male».
A volte sono i particolari a cambiare una storia. La questura (incaricata delle indagini su un fatto che comunque la coinvolge) sostiene che le manette furono lasciate ai polsi «su parere conforme dei sanitari». Del tutto diversa la versione dei due "ambulanzieri" della Croce Rossa Stefano Rossi e Thomas Mastellari, interrogati dagli avvocati degli Aldrovandi, Riccardo Venturi e Fabio Anselmo. «Abbiamo chiesto noi, appena arrivati e visto il corpo con la faccia a terra e ammanettato sulla schiena, a chiedere ai poliziotti di togliere le manette, altrimenti non riuscivamo a girare il corpo per capire se il ragazzo ancora respirasse. Abbiamo scosso il ragazzo ma era incosciente. Aveva un rivolo di sangue alla bocca e alla regione occipitale. Abbiamo chiesto l’auto con il medico che è arrivata subito essendo già in zona». Il medico Barbara Fogli e l’infermiere Gerardo Coppa trovano il ragazzo già girato e libero dalle manette. Provano a rianimarlo per più di 20 minuti («era così giovane, speravamo di farcela») ma poi debbono desistere.
Fonti della questura fanno sapere la prima pattuglia, vista l’agitazione del ragazzo che era salito sul cofano e poi sul tetto dell’auto, «nemmeno uscirono dalla volante». «E il ragazzo fu bloccato alla presenza di due pattuglie di polizia, una dei carabinieri e di persone scese in strada dalle loro abitazioni, richiamate dalle urla». «Io so soltanto - dice la madre di Aldro - che prima mio cognato e poi il medico legale nostro perito mi hanno detto che Riccardo era pieno di lividi e di botte. Io stessa ho fatto fatica a riconoscerlo. E poi ho visto i suoi vestiti: erano pieni di sangue. E non c’era sangue a terra. Vuol dire che è stato colpito quando ancora era in piedi. Non riesco, non voglio pensare a quanto abbia sofferto in quei lunghissimi minuti». Dice, però, di avere ancora fiducia. «Io non accuso. Io chiedo la verità. L’altro nostro figlio ha 15 anni. Devo potergli rispondere, quando mi chiede perché Riccardo non viene più a casa».

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Liberazione, GIOVEDÌ, 12 GENNAIO 2006

Ferrara: un ragazzino ammanettato e insanguinato, trovato cadavere dagli infermieri. Era stato fermato dagli agenti

La polizia: «E’ morto di overdose».
I testimoni: «No, lo hanno pestato loro»

di Checchino Antonini

Ferrara [nostro inviato] - Un diciottenne muore a Ferrara pochi minuti dopo essere stato fermato dalla polizia dalle parti dell’Ippodromo. I giornali locali, a caldo, scrivono di un malore fatale, sembrano alludere a un’overdose. Ma subito saltano fuori particolari inquietanti e contraddizioni. La versione suggerita dalla questura fa a pugni con la relazione di servizio della squadra mobile. E chiunque vedrà il corpo del giovane non riuscirà più a credere a una sola parola della versione ufficiale. Quello che stiamo per raccontare è successo all’alba del 25 settembre. Una domenica mattina. Ma la vicenda ha oltrepassato da pochissimi giorni le mura della città. Da quando la madre del ragazzo, dopo mesi di inutile attesa della relazione medica, ha deciso di aprire un blog e raccontare i propri dubbi.

Federico Aldrovandi aveva 18 anni, li aveva compiuti il 17 luglio. Viveva a Ferrara, periferia sud, zona di Via Bologna, avrebbe preso la patente la settimana successiva, studiava da perito elettrotecnico, suonava il clarinetto, faceva karate, era un mezzo campione vincitore di molte coppe, bravo in matematica e meno in inglese, impegnato in progetto con Asl e scuola per la prevenzione delle tossicodipendenze. Era un salutista, leggeva le etichette di quello che mangiava. E il sabato sera, con gli amici, andava spesso a Bologna: è lì che ci sono locali, concerti, centri sociali. Così era successo anche quella volta. Erano stati al Link, il concerto reggae era saltato ma la serata era filata via tranquilla. E’ vero, Federico aveva preso qualcosa: uno "sniffo" di roba esilarante (una smart drug, naturale e non proibita) più un "francobollo" di Lsd. Nel suo sangue sono state trovate tracce di oppiacei e chetamina, poca roba, però. Nulla che giustificasse un’overdose o un comportamento aggressivo. E poi lui non era proprio un tipo aggressivo. La madre, gli amici, il parroco del quartiere, nessuno lo descrive come è stato descritto dalle veline di Via Ercole I D’Este, dove sta la polizia, e dalle dichiarazioni alla stampa. Erano appena passate le 5 quando il gruppo, tornato a Ferrara, si separa da Federico che decide di fare l’ultimo tratto a piedi, per rilassarsi, è ancora estate, si cammina volentieri. Andrea, Michi, "Burro" e gli altri non lo avrebbero rivisto più.

A questo punto comincia la versione della polizia. Il "contatto" avviene alle 5.47. Una volante sarebbe stata avvertita da una donna abitante in Via Ippodromo, preoccupata dalla presenza di un ragazzo che, forse, camminava in modo strano, forse cantando. Magari farneticava pure, come diranno gli agenti che dicono di averlo fermato e qualche minuto dopo, alle 6.10, avrebbero chiamato il 118.

Otto minuti dopo l’ambulanza lo trova già morto, a terra, con le manette ai polsi, a un passo dal cancello del galoppatoio. Non ci sono i margini per la rianimazione. Qualcosa o qualcuno ha causato l’arresto respiratorio che poi ha bloccato per sempre il cuore del ragazzo che camminava da solo, disarmato, che era incensurato, non stava compiendo alcun reato quella mattina e non aveva mai fatto male a nessuno.

La strada verrà bloccata per più di cinque ore. Nel quartiere si sparge la voce che è morto un albanese, oppure un drogato. O un drogato albanese.

A casa di Federico, alle 8 ci si accorge che il letto è vuoto. Il cellulare squilla invano quando sul display si illumina la parola "mamma". Pochi minuti dopo, quando è il padre a chiamare (ma sul telefonino è memorizzato col nome, Lino), una voce imperiosa intima di qualificarsi e spiega che stanno facendo accertamenti su un cellulare «trovato per strada». Solo verso le 11 si presenta una pattuglia a casa Aldrovandi e annuncia il fatto con poche, pochissime, parole. Lo zio paterno, Franco, 42 anni, infermiere, parte per l’obitorio. In macchina gli spiegano: «Ha preso qualcosa che gli ha fatto male». Ma il viso sfigurato, il sangue alla bocca e un’ecchimosi all’occhio destro fanno venire troppi dubbi. Poi si saprà di due ferite lacero-contuse dietro la testa, dello scroto schiacciato e di due petecchie Ð due lividi da compressione Ð sul collo. «Era una furia», ripetono gli agenti e i funzionari accennando a un comportamento autolesionistico del ragazzo. Dicono che avrebbe sbattuto la testa al muro ma non si troveranno mai tracce di cemento sul viso, né di sangue sui muri vicini. Lo zio e gli amici le cercheranno per giorni intorno alla pozza di sangue davanti all’ippodromo dove "Burro" lascia una poesia dedicata all’amico ma la polizia, così dicono i vicini di casa, gliela farà sparire pochi minuti dopo. Dicono anche, in questura, che sarebbe stato abbandonato dai suoi amici che, invece, respingono decisamente l’accusa. La felpa e il giubbino di quella sera, restituiti alla famiglia, sono intrisi di sangue. Il mattinale domenicale della questura spara subito la tesi del "malore fatale". Le indagini partono dal medico di famiglia a cui verranno chieste notizie sul "drogato", lo stesso si cercherà di fare con i compagni di Federico, convocati dalla narcotici e dalla mobile e torchiati con domande da film di serie B: «Lo sappiamo che siete tutti drogati, diteci dove comprate la roba». Anche a loro la solita versione: Federico sarebbe stato trovato su una panchina, ucciso da uno «schioppone», ossia da un malore. Ma il giorno dopo un giornale azzarda dei dubbi. La questura riesce a far calare il silenzio, chiede (e ottiene) di pubblicare sotto gli articoli sulla vicenda la storia di una maga condannata per calunnia alla polizia. E, stranamente, le indagini d’ufficio vengono assegnate dal pm proprio alla polizia. Vengono convocati i genitori, senza avvocato, per sentirsi ripetere la versione dell’overdose, della gioventù bruciata ecc... Il procuratore capo dirà perentorio che la morte non è stata causata dalle percosse anticipando l’esito di una autopsia, allora appena disposta, e non ancora resa nota. Anzi, per la quale è stata chiesta un’ennesima proroga.

La perizia tossicologica, però, smentisce la polizia. Dovrà essere l’autopsia a chiarire le circostanze. Il rapporto delle volanti svela che quattro agenti sono dovuti ricorrere alle cure del pronto soccorso: due sono usciti con una prognosi di sette giorni, gli altri addirittura di 20. Ma nessuno s’è fatto ricoverare. E’ forse il primo caso nella storia della ps, di poliziotti aggrediti che non lo sbandierano ai quattro venti. Perché? Perché non ammettere la colluttazione? Federico si sarebbe difeso o ha aggredito? Perché usare le manette quando esistono procedure precise per sedare persone con funzioni respiratorie compromesse dall’uso di sostanze? Ci sono pure manganelli in questa storia. Uno addirittura s’è rotto quella mattina, probabilmente sulla schiena, sulle gambe e sul viso del ragazzo. I segni fanno pensare che fosse impugnato al rovescio. Il sangue sul vialetto e sui vestiti fa pensare che le botte sarebbero iniziate a piovere prima del luogo della morte. Forse lo inseguivano, forse urlava mentre fuggiva. Forse è per questo che sono stati chiamati i rinforzi: un’altra volante e una gazzella. «E’ una calunnia inopportuna e gratuita. Non è neppure ipotizzabile che sia morto per le percosse Ð dice ancora a "Liberazione" Elio Graziano, questore di Ferrara Ð è stata una disgrazia, una vicenda penosissima, era in stato di esagitazione. Quando i "nostri" lo fermarono morì, ritengo per gli effetti delle sostanze. E poi ci sono i testimoniÉ». Già, i testimoni: quelli che si sentono in giro sono resoconti vaghi ed evasivi di persone che avrebbero sentito solo urla e sgommate. Ma Ferrara è una città piccola, tutti sanno tutto. Qualcuno ha visto Federico immobilizzato, a terra, col ginocchio di un agente puntato sulla schiena e un manganello sotto la gola mentre l’altra mano del tutore dell’ordine gli tirava i capelli. Il ragazzo sussultava, faceva salti di mezzo metro. A fianco a lui, una poliziotta si sarebbe vantata: «L’ho tirato giù io, ’sto stronzo!». Così avrebbe riferito un testimone, ragazzo sveglio e vivace, si dice, probabilmente immigrato, ma stranamente sparito di fretta dalla città. Anche sua madre ha visto tutto e non solo lei. Gli Aldrovandi sperano che il clamore della notizia su questo e altri giornali faccia tornare la memoria a qualcuno.

Nei corridoi della questura, la vicenda viene minimizzata ma il blog della signora Patrizia sta seminando preoccupazione e nervosismo. Si lascia trapelare a mezza voce che il ragazzo fosse un tossico e la sua una famiglia «problematica» seguita da un «prete di frontiera». Pare che anche un carabiniere della gazzella abbia esclamato alla vista del corpo: «Ecco il solito coglione di don Bedin!».

Domenico Bedin è il parroco di S. Agostino, prete coraggioso, fondatore di un’associazione che aiuta poveri (italiani e no), tossicodipendenti, giovani, migranti con o senza carte. La foto di Federico è infilata nella cornice dello specchio nel suo ingresso della canonica. Conosce gli Aldrovandi e i loro amici, «gente normalissima Ð conferma Ð e il ragazzo aveva un buon carattere e non era un tossico».

La città. «La città non ha reagito - continua don Bedin - non ha mostrato rabbia, né passione. Per i giovani è difficile trovare stimoli, sentirsi coinvolti in un progetto. Si vive una specie di attesa degli eventi, c’è chi viene a chiedermi informazioni ma sottovoce. La Bossi-Fini, che produce clandestinità, ha aumentato la tensione tra chi vive per strada. Lo hanno ammesso gli stessi carabinieri nel loro rapporto di fine d’anno». Il capo della mobile si vanta sulla stampa dell’aumento degli arresti ma «la città è sostanzialmente tranquilla - spiega Riccardo Venturi, uno dei legali della famiglia - ma l’ossessione sicuritaria viene follemente pompata, si scimmiotta Bologna con il terrore degli extracomunitari.

Ma siamo una città dormitorio, senza fabbriche ma anche senza baraccopoli, una città che vive di se stessa». Una città che deve capire perché così tanta violenza e tante bugie contro il ragazzo che non aveva mai fatto male a nessuno. La famiglia, sua madre è impiegata al comune, suo padre è ispettore della polizia municipale, chiede solo di conoscere la verità e «che la sappiano tutti, senza fango su Federico». Rifondazione comunista, in città e in parlamento annuncia la presentazione di interrogazioni urgenti a firma della deputata Titti De Simone e della consigliera Irene Bregola. Sulle tv private il questore insiste: «L’intervento degli operatori è avvenuto al solo scopo di impedire al giovane di continuare a farsi del male». Missione fallita.




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