La storia di Federico Aldrovandi, Ferrara, 2/1/2006
da debate - lilliput
Scrivo la storia di quel che è successo a Federico,
mio figlio.
Non scriverò tutto di lui, non si può raccontare una
vita, anche se di soli 18 anni appena compiuti.
È morto il 25 settembre, il giorno di natale sono
stati tre mesi.
Ho sempre pensato che sopravvivere ad un figlio fosse
un dolore insostenibile. Ora mi rendo conto che in
realtà non si sopravvive. Non lo dico in senso
figurato. È proprio così. Una parte di me non ha più
respiro. Non ha più luce, futuro.
Perché il respiro, la luce e il futuro sono stati
tolti a lui.
Sabato 24 settembre è stato un giorno sereno, allegro.
Dopo la scuola il pranzo insieme, chiacchiere, risate.
Era ancora estate, faceva caldo. Ha portato a spasso
il suo amico cane. Non lo faceva spesso, ma quel
giorno è andato con la musica in cuffia. Tutto in quel
giorno aveva un’aura speciale.
Pensandoci ora è come se avesse voluto salutare tutti
noi. Ha avuto sorrisi per tutti. la gioia era lui.
Ha incontrato la compagnia, ha fatto il suo lavoretto
di consegna pizza.
Il programma della sera prevedeva un concerto a
Bologna.
Prima di partire è passato da casa per cambiarsi le
scarpe, rotte giocando a pallone.
È stata l’ultima volta che l’ho visto vivo.
Ha salutato tutti, compreso il fratello che dormiva
già, chiedendomi perché Stefano non avesse risposto al
suo saluto.
Anche una sua amica mi ha confermato che quella sera
era sereno, che l’ha salutata sorridente con la solita
pacca sulla spalla e l’appuntamento al giorno dopo.
Non è mai esistito il giorno dopo.
Al Link il concerto era stato annullato. Quindi la
serata è trascorsa lì dentro.
L’hanno detto i compagni che erano con lui, non posso
definirli amici, e le analisi lo hanno confermato.
Uno dei ragazzi gli ha venduto una sostanza, una
pasticca o simili.
Lo definiscono lo sballo del sabato sera. È sbagliato
si. Ma non si muore di questo.
Federico lo sapeva bene. Era stato partecipe di un
progetto scolastico di ricerca e informazione promosso
dalla provincia. So che la sua era una conoscenza
approfondita con ricerche sui siti delle asl,
conosceva le sostanze e gli effetti. Ed era a suo modo
un igienista. Aveva grande cura del suo corpo, di quel
che mangiava. Era uno sportivo. Una ragazzo splendido
pieno di salute.
E di progetti: pensava alla musica, al suo futuro, lo
studio serviva a costruire il futuro.
Nell’immediato c’erano le cose semplici: la patente
dopo pochi giorni, il karate, un band musicale da
organizzare con gli amici, e la vita di tutti i giorni
cercando di stare bene.
Trascorsa la serata il gruppo era rientrato a Ferrara,
tornati al punto di incontro dove i più avevano
lasciato le macchine o i motorini.
Federico era a piedi. Era partito da casa in macchina
con Michy, che poi non era andato a Bologna.
Erano ormai le cinque del mattino. I ragazzi hanno
raccontato che gli hanno offerto un passaggio ma
Federico non aveva voglia di rientrare subito. Sarebbe
tornato a piedi. Era vicino a casa.
Dal suo cellulare si vede che ha chiamato diversi
altri amici. Specialmente i suoi migliori amici, un
paio di volte ciascuno. Forse per chiedergli se erano
ancora fuori. sembra che nessuno gli abbia risposto. I
ragazzi che conosco mi hanno detto che avevano già
spento il cellulare per dormire.
E poi non so cosa sia successo esattamente. A
quell’ora mi sono svegliata, forse non del tutto,
chiedendomi se Federico fosse rientrato. Avevo una
stanchezza invincibile non riuscivo a muovermi. Poi ho
sentito un rumore nella sua stanza ed ero sicura che
fosse lì.
Mi sono risvegliata che erano quasi le otto.
Ho cominciato a chiamarlo e ad inviare messaggi.
Nulla.
Non era possibile che non rispondesse. Se tardava mi
avvisava sempre. Diceva che lo stressavo ma non voleva
farmi stare in pensiero. Mi aggrappavo all’idea che
avesse solo perso il cellulare.
Poi l’ha chiamato anche suo padre. Sul cellulare di
Federico il padre è memorizzato col solo nome, Lino.
Una voce ha risposto.
Ha imperiosamente chiesto chi fosse al telefono, ed ha
chiesto di descrivere Federico.
Poi si è qualificato come agente di polizia, ed alle
nostre domande ha risposto che avevano trovato il
cellulare su una panchina dalle parti dell’ippodromo e
che stavano facendo accertamenti. Ed ha riattaccato.
Immediatamente ho cercato in Questura, e ho cercato
anche ripetutamente un amico che ci lavora.
Nulla.
Il centralinista rispondeva: c’è il cambio di turno.
non sono informato., appena avremo notizie chiameremo
noi.
Niente per altre tre ore!!!! Passate nell’angoscia e
nelle telefonate frenetiche agli ospedali, ai suoi
amici e di nuovo ripetutamente alla questura.
Nel frattempo Stefano è accorso in bicicletta alla
ricerca del fratello. Ringrazio il cielo che non sia
andato nel posto giusto.
La polizia è venuta ad avvisarci solo verso le 11.
dopo che lo avevano portato via.
Il suo corpo è rimasto sulla strada dalle 6 alle 11.
E non mi hanno chiamata. Era mio figlio. Nessuno ha il
diritto di tenere una mamma lontana da suo figlio!
E mi hanno detto che lo hanno fatto per me. perché era
meglio che non vedessi.
In quel momento gli ho creduto.
La polizia ha detto che un’abitante della zona aveva
chiamato perché sentiva delle urla.
Dicevano anche che si era ferito sbattendo da solo la
testa contro i muri.
Questo si è rivelato falso. Smentito dalle verifiche.
Federico era sfigurato dalle percosse.
Molto tempo dopo ho riavuto i suoi abiti. Portava
maglietta, una felpa col cappuccio e il giubbotto
jens. Sono completamente imbevuti di sangue.
Hanno detto che non voleva farsi prendere. Che ha
lottato ed è salito anche in piedi sulla macchina
della polizia. I medici hanno riferito che aveva lo
scroto schiacciato, una ferita lacero-contusa alla
testa e numerosi segni di percosse in tutto il corpo.
Ho potuto vedere solo quella sul viso, dalla tempia
sinistra all’occhio e giù fino allo zigomo, e i segni
neri delle manette ai polsi. L’ho visto nella bara. Il
suo corpo non sembrava più allineato e simmetrico. Il
mio bambino era perfetto, e stupendo. L’hanno
distrutto.
E la polizia mi raccontava che era drogato. Che si era
fatto male da solo. Che tutto questo era successo
perché era un povero tossico e noi sfortunati.
Lo vogliono uccidere due volte. Le analisi hanno
confermato che quel che aveva preso era irrilevante.
Non certo causa di morte né di comportamenti
aggressivi. Semmai il contrario.
Quel che penso è che Federico fosse terrorizzato in
quel momento. Gli stava crollando il mondo addosso. La
vergogna di essere fermato dalla polizia, la patente
allontanata perché aveva preso una pasticca. E aveva
dimenticato la carta di identità.
Quella mattina nel vicinato dicevano che era morto un
albanese. Nessuno si preoccupava più di tanto.
Ha certo cercato di scappare. Di non farsi prendere.
Visto com’era ridotto si capisce come lo abbiano
fermato. Quando lo hanno immobilizzato, ammanettato a
pancia in giù non ha più avuto la forza di respirare.
Chissà quando se ne sono accorti?
L’ambulanza è stata chiamata quando ormai non c’era
più niente da fare. E nemmeno allora lo hanno portato
all’ospedale per provare un intervento estremo. Lo
hanno lasciato lì sulla strada. Cinque ore. Poi lo
hanno portato all’obitorio. E solo allora sono venuti
ad avvisarci.
Perché?
Se fosse vero che dava in escandescenze da solo perché
non è stata chiamata subito l’ambulanza?
Perché atterrarlo in modo tanto violento e cruento?
Era solo. Non c’era nessuno. Era disarmato. Non era
una minaccia per nessuno.
Perché aspettare tanto prima di avvisare la famiglia?
Chiaro. Per non farcelo vedere.
Se lo avessimo visto così cosa sarebbe successo? Che
risonanza avrebbe avuto?
Sul giornale del giorno dopo un articolo che
dichiarava che era morto per un malore. tratto dal
mattinale della questura.
Il giorno dopo sull’altra testata cittadina "Federico
sfigurato". Immediate controdeduzioni del Capo
Procura: "non è morto per le percosse". questa è stata
la prima ammissione di quanto successo.
Ad oggi ancora non sono stati depositati ufficialmente
gli esiti degli esami medici. Sono emersi solo alcuni
dettagli che ho citato prima.
Quel che non mi da pace è il pensiero del terrore e
del dolore che ha vissuto Federico nei suoi ultimi
minuti di vita. Non ha mai fatto male a nessuno.
Credeva nell’amicizia che dava a piene mani. Era un
semplice ragazzo come tanti. Come tutti i ragazzi di
quell’età si credeva grande ma dentro non lo era
ancora. Aveva tutte le possibilità di una vita
davanti, e una gran voglia di viverla.
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Repubblica, VENERDÌ, 13 GENNAIO 2006
Dopo il caso esploso su Internet, polemiche e due
versioni a confronto. Il sindaco: voglio la verità. Il
giallo delle manette
Denuncia sul blog, questura sotto accusa
Ferrara, la madre del giovane: l’hanno ucciso. La
polizia: calunnie
Dal nostro inviato
JENNER MELETTI
FERRARA - I suoi amici, accorciando il suo cognome, lo
chiamavano Aldro. Riccardo Aldrovandi, anni 18,
studente al IV anno dell’Itis, scuola per periti
elettrotecnici (sua madre dice con orgoglio che era
«molto bravo») è morto prima dell’alba di domenica 25
settembre, e sua madre vuole sapere perché. Overdose,
collasso, morte improvvisa: sul mattinale della
questura, e poi sui quotidiani, è stato scritto di
tutto. «All’inizio ci ho creduto, a quanto mi aveva
raccontato il poliziotto che si era presentato a casa
mia. Mi disse: abbiamo trovato suo figlio su una
strada, si stava facendo male da solo, sbattendo la
testa contro i pali della luce. Quando abbiamo cercato
di fermarlo, si è accasciato. Signora, ci dispiace.
Suonano alla porta, ti dicono che tuo figlio è morto.
Non riesci ad usare la testa». Poi, piano piano, si fa
strada un’altra verità. «Leggo una dichiarazione del
procuratore capo che dice: Riccardo Aldrovandi non è
morto a causa delle percosse.
Ma come? Allora lo hanno
picchiato. E poi vedo mio figlio già nella cassa,
prima del funerale, e quasi non riesco a riconoscerlo,
con un livido enorme in faccia, e quei segni maledetti
sui polsi, provocati dalle manette. Chissà quanto
hanno tirato per fargli tanto male».
Inizia così questa brutta storia ferrarese, con una
madre, Patrizia Moretti, impiegata comunale ed un
padre, Lino Aldrovandi, ispettore dei vigili urbani ad
Argenta, che non vogliano accettare il silenzio sulla
morte di loro figlio. «Nemmeno fosse morto un gatto.
Qualche titolo sui giornali nei primi giorni e poi un
muro di gomma. Abbiamo aspettato uno, due, quasi
quattro mesi, e poi abbiamo chiesto aiuto a tutti con
il blog su Kataweb. Ci sono tante risposte che ancora
non sono riuscita a leggerle».
Anche Amnesty International, da Londra, ha fatto
sapere di volere sapere come sia morto Andro. Il
sindaco di Ferrara, Gaetano Sateriale, esprime «totale
fiducia nelle forze dell’ordine» ma chiede comunque
che sulla fine del ragazzo «sia stabilita al più
presto la verità». Una verità che, secondo la
questura, è già stata accertata. «Sono state fatte -
dice il questore Elio Graziano - affermazioni
calunniose nei confronti del personale di polizia.
L’equipaggio di una volante è intervenuto quella
mattina perché un giovane urlava frasi sconnesse e
colpiva alcuni pali della luce con il capo. Alla vista
dell’auto della polizia il giovane era balzato sul
cofano e aveva tentato di colpire con calci gli
operatori. Sono state chiamate un’altra pattuglia, i
carabinieri e un’ambulanza. Per immobilizzare il
giovane fu necessario applicargli le manette ai polsi,
che su parere conforme dei sanitari gli furono
lasciate e solo successivamente tolte. Noi siamo
intervenuti solo per impedire ad un giovane di
continuare a farsi del male».
A volte sono i particolari a cambiare una storia. La
questura (incaricata delle indagini su un fatto che
comunque la coinvolge) sostiene che le manette furono
lasciate ai polsi «su parere conforme dei sanitari».
Del tutto diversa la versione dei due "ambulanzieri"
della Croce Rossa Stefano Rossi e Thomas Mastellari,
interrogati dagli avvocati degli Aldrovandi, Riccardo
Venturi e Fabio Anselmo. «Abbiamo chiesto noi, appena
arrivati e visto il corpo con la faccia a terra e
ammanettato sulla schiena, a chiedere ai poliziotti di
togliere le manette, altrimenti non riuscivamo a
girare il corpo per capire se il ragazzo ancora
respirasse. Abbiamo scosso il ragazzo ma era
incosciente. Aveva un rivolo di sangue alla bocca e
alla regione occipitale. Abbiamo chiesto l’auto con il
medico che è arrivata subito essendo già in zona». Il
medico Barbara Fogli e l’infermiere Gerardo Coppa
trovano il ragazzo già girato e libero dalle manette.
Provano a rianimarlo per più di 20 minuti («era così
giovane, speravamo di farcela») ma poi debbono
desistere.
Fonti della questura fanno sapere la prima pattuglia,
vista l’agitazione del ragazzo che era salito sul
cofano e poi sul tetto dell’auto, «nemmeno uscirono
dalla volante». «E il ragazzo fu bloccato alla
presenza di due pattuglie di polizia, una dei
carabinieri e di persone scese in strada dalle loro
abitazioni, richiamate dalle urla». «Io so soltanto -
dice la madre di Aldro - che prima mio cognato e poi
il medico legale nostro perito mi hanno detto che
Riccardo era pieno di lividi e di botte. Io stessa ho
fatto fatica a riconoscerlo. E poi ho visto i suoi
vestiti: erano pieni di sangue. E non c’era sangue a
terra. Vuol dire che è stato colpito quando ancora era
in piedi. Non riesco, non voglio pensare a quanto
abbia sofferto in quei lunghissimi minuti». Dice,
però, di avere ancora fiducia. «Io non accuso. Io
chiedo la verità. L’altro nostro figlio ha 15 anni.
Devo potergli rispondere, quando mi chiede perché
Riccardo non viene più a casa».
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Liberazione, GIOVEDÌ, 12 GENNAIO 2006
Ferrara: un ragazzino ammanettato e insanguinato,
trovato cadavere dagli infermieri. Era stato fermato
dagli agenti
La polizia: «E’ morto di overdose».
I testimoni: «No, lo hanno pestato loro»
di Checchino Antonini
Ferrara [nostro inviato] - Un diciottenne muore a
Ferrara pochi minuti dopo essere stato fermato dalla
polizia dalle parti dell’Ippodromo. I giornali locali,
a caldo, scrivono di un malore fatale, sembrano
alludere a un’overdose. Ma subito saltano fuori
particolari inquietanti e contraddizioni. La versione
suggerita dalla questura fa a pugni con la relazione
di servizio della squadra mobile. E chiunque vedrà il
corpo del giovane non riuscirà più a credere a una
sola parola della versione ufficiale.
Quello che stiamo per raccontare è successo all’alba
del 25 settembre. Una domenica mattina. Ma la vicenda
ha oltrepassato da pochissimi giorni le mura della
città. Da quando la madre del ragazzo, dopo mesi di
inutile attesa della relazione medica, ha deciso di
aprire un blog e raccontare i propri dubbi.
Federico Aldrovandi aveva 18 anni, li aveva compiuti
il 17 luglio. Viveva a Ferrara, periferia sud, zona di
Via Bologna, avrebbe preso la patente la settimana
successiva, studiava da perito elettrotecnico, suonava
il clarinetto, faceva karate, era un mezzo campione
vincitore di molte coppe, bravo in matematica e meno
in inglese, impegnato in progetto con Asl e scuola per
la prevenzione delle tossicodipendenze. Era un
salutista, leggeva le etichette di quello che
mangiava. E il sabato sera, con gli amici, andava
spesso a Bologna: è lì che ci sono locali, concerti,
centri sociali. Così era successo anche quella volta.
Erano stati al Link, il concerto reggae era saltato ma
la serata era filata via tranquilla. E’ vero, Federico
aveva preso qualcosa: uno "sniffo" di roba esilarante
(una smart drug, naturale e non proibita) più un
"francobollo" di Lsd. Nel suo sangue sono state
trovate tracce di oppiacei e chetamina, poca roba,
però. Nulla che giustificasse un’overdose o un
comportamento aggressivo. E poi lui non era proprio un
tipo aggressivo. La madre, gli amici, il parroco del
quartiere, nessuno lo descrive come è stato descritto
dalle veline di Via Ercole I D’Este, dove sta la
polizia, e dalle dichiarazioni alla stampa. Erano
appena passate le 5 quando il gruppo, tornato a
Ferrara, si separa da Federico che decide di fare
l’ultimo tratto a piedi, per rilassarsi, è ancora
estate, si cammina volentieri. Andrea, Michi, "Burro"
e gli altri non lo avrebbero rivisto più.
A questo punto comincia la versione della polizia. Il
"contatto" avviene alle 5.47. Una volante sarebbe
stata avvertita da una donna abitante in Via
Ippodromo, preoccupata dalla presenza di un ragazzo
che, forse, camminava in modo strano, forse cantando.
Magari farneticava pure, come diranno gli agenti che
dicono di averlo fermato e qualche minuto dopo, alle
6.10, avrebbero chiamato il 118.
Otto minuti dopo l’ambulanza lo trova già morto, a
terra, con le manette ai polsi, a un passo dal
cancello del galoppatoio. Non ci sono i margini per la
rianimazione. Qualcosa o qualcuno ha causato l’arresto
respiratorio che poi ha bloccato per sempre il cuore
del ragazzo che camminava da solo, disarmato, che era
incensurato, non stava compiendo alcun reato quella
mattina e non aveva mai fatto male a nessuno.
La strada verrà bloccata per più di cinque ore. Nel
quartiere si sparge la voce che è morto un albanese,
oppure un drogato. O un drogato albanese.
A casa di Federico, alle 8 ci si accorge che il letto
è vuoto. Il cellulare squilla invano quando sul
display si illumina la parola "mamma". Pochi minuti
dopo, quando è il padre a chiamare (ma sul telefonino
è memorizzato col nome, Lino), una voce imperiosa
intima di qualificarsi e spiega che stanno facendo
accertamenti su un cellulare «trovato per strada».
Solo verso le 11 si presenta una pattuglia a casa
Aldrovandi e annuncia il fatto con poche, pochissime,
parole. Lo zio paterno, Franco, 42 anni, infermiere,
parte per l’obitorio. In macchina gli spiegano: «Ha
preso qualcosa che gli ha fatto male». Ma il viso
sfigurato, il sangue alla bocca e un’ecchimosi
all’occhio destro fanno venire troppi dubbi. Poi si
saprà di due ferite lacero-contuse dietro la testa,
dello scroto schiacciato e di due petecchie Ð due
lividi da compressione Ð sul collo. «Era una furia»,
ripetono gli agenti e i funzionari accennando a un
comportamento autolesionistico del ragazzo. Dicono che
avrebbe sbattuto la testa al muro ma non si troveranno
mai tracce di cemento sul viso, né di sangue sui muri
vicini. Lo zio e gli amici le cercheranno per giorni
intorno alla pozza di sangue davanti all’ippodromo
dove "Burro" lascia una poesia dedicata all’amico ma
la polizia, così dicono i vicini di casa, gliela farà
sparire pochi minuti dopo. Dicono anche, in questura,
che sarebbe stato abbandonato dai suoi amici che,
invece, respingono decisamente l’accusa. La felpa e il
giubbino di quella sera, restituiti alla famiglia,
sono intrisi di sangue. Il mattinale domenicale della
questura spara subito la tesi del "malore fatale". Le
indagini partono dal medico di famiglia a cui verranno
chieste notizie sul "drogato", lo stesso si cercherà
di fare con i compagni di Federico, convocati dalla
narcotici e dalla mobile e torchiati con domande da
film di serie B: «Lo sappiamo che siete tutti drogati,
diteci dove comprate la roba». Anche a loro la solita
versione: Federico sarebbe stato trovato su una
panchina, ucciso da uno «schioppone», ossia da un
malore. Ma il giorno dopo un giornale azzarda dei
dubbi. La questura riesce a far calare il silenzio,
chiede (e ottiene) di pubblicare sotto gli articoli
sulla vicenda la storia di una maga condannata per
calunnia alla polizia. E, stranamente, le indagini
d’ufficio vengono assegnate dal pm proprio alla
polizia. Vengono convocati i genitori, senza avvocato,
per sentirsi ripetere la versione dell’overdose, della
gioventù bruciata ecc... Il procuratore capo dirà
perentorio che la morte non è stata causata dalle
percosse anticipando l’esito di una autopsia, allora
appena disposta, e non ancora resa nota. Anzi, per la
quale è stata chiesta un’ennesima proroga.
La perizia tossicologica, però, smentisce la polizia.
Dovrà essere l’autopsia a chiarire le circostanze. Il
rapporto delle volanti svela che quattro agenti sono
dovuti ricorrere alle cure del pronto soccorso: due
sono usciti con una prognosi di sette giorni, gli
altri addirittura di 20. Ma nessuno s’è fatto
ricoverare. E’ forse il primo caso nella storia della
ps, di poliziotti aggrediti che non lo sbandierano ai
quattro venti. Perché? Perché non ammettere la
colluttazione? Federico si sarebbe difeso o ha
aggredito? Perché usare le manette quando esistono
procedure precise per sedare persone con funzioni
respiratorie compromesse dall’uso di sostanze? Ci sono
pure manganelli in questa storia. Uno addirittura s’è
rotto quella mattina, probabilmente sulla schiena,
sulle gambe e sul viso del ragazzo. I segni fanno
pensare che fosse impugnato al rovescio. Il sangue sul
vialetto e sui vestiti fa pensare che le botte
sarebbero iniziate a piovere prima del luogo della
morte. Forse lo inseguivano, forse urlava mentre
fuggiva. Forse è per questo che sono stati chiamati i
rinforzi: un’altra volante e una gazzella. «E’ una
calunnia inopportuna e gratuita. Non è neppure
ipotizzabile che sia morto per le percosse Ð dice
ancora a "Liberazione" Elio Graziano, questore di
Ferrara Ð è stata una disgrazia, una vicenda
penosissima, era in stato di esagitazione. Quando i
"nostri" lo fermarono morì, ritengo per gli effetti
delle sostanze. E poi ci sono i testimoniÉ». Già, i
testimoni: quelli che si sentono in giro sono
resoconti vaghi ed evasivi di persone che avrebbero
sentito solo urla e sgommate. Ma Ferrara è una città
piccola, tutti sanno tutto. Qualcuno ha visto Federico
immobilizzato, a terra, col ginocchio di un agente
puntato sulla schiena e un manganello sotto la gola
mentre l’altra mano del tutore dell’ordine gli tirava
i capelli. Il ragazzo sussultava, faceva salti di
mezzo metro. A fianco a lui, una poliziotta si sarebbe
vantata: «L’ho tirato giù io, ’sto stronzo!». Così
avrebbe riferito un testimone, ragazzo sveglio e
vivace, si dice, probabilmente immigrato, ma
stranamente sparito di fretta dalla città. Anche sua
madre ha visto tutto e non solo lei. Gli Aldrovandi
sperano che il clamore della notizia su questo e altri
giornali faccia tornare la memoria a qualcuno.
Nei corridoi della questura, la vicenda viene
minimizzata ma il blog della signora Patrizia sta
seminando preoccupazione e nervosismo. Si lascia
trapelare a mezza voce che il ragazzo fosse un tossico
e la sua una famiglia «problematica» seguita da un
«prete di frontiera». Pare che anche un carabiniere
della gazzella abbia esclamato alla vista del corpo:
«Ecco il solito coglione di don Bedin!».
Domenico Bedin è il parroco di S. Agostino, prete
coraggioso, fondatore di un’associazione che aiuta
poveri (italiani e no), tossicodipendenti, giovani,
migranti con o senza carte. La foto di Federico è
infilata nella cornice dello specchio nel suo ingresso
della canonica. Conosce gli Aldrovandi e i loro amici,
«gente normalissima Ð conferma Ð e il ragazzo aveva un
buon carattere e non era un tossico».
La città. «La città non ha reagito - continua don
Bedin - non ha mostrato rabbia, né passione. Per i
giovani è difficile trovare stimoli, sentirsi
coinvolti in un progetto. Si vive una specie di attesa
degli eventi, c’è chi viene a chiedermi informazioni
ma sottovoce. La Bossi-Fini, che produce
clandestinità, ha aumentato la tensione tra chi vive
per strada. Lo hanno ammesso gli stessi carabinieri
nel loro rapporto di fine d’anno». Il capo della
mobile si vanta sulla stampa dell’aumento degli
arresti ma «la città è sostanzialmente tranquilla -
spiega Riccardo Venturi, uno dei legali della famiglia - ma l’ossessione sicuritaria viene follemente
pompata, si scimmiotta Bologna con il terrore degli
extracomunitari.
Ma siamo una città dormitorio, senza fabbriche ma
anche senza baraccopoli, una città che vive di se
stessa». Una città che deve capire perché così tanta
violenza e tante bugie contro il ragazzo che non aveva
mai fatto male a nessuno. La famiglia, sua madre è
impiegata al comune, suo padre è ispettore della
polizia municipale, chiede solo di conoscere la verità
e «che la sappiano tutti, senza fango su Federico».
Rifondazione comunista, in città e in parlamento
annuncia la presentazione di interrogazioni urgenti a
firma della deputata Titti De Simone e della
consigliera Irene Bregola. Sulle tv private il
questore insiste: «L’intervento degli operatori è
avvenuto al solo scopo di impedire al giovane di
continuare a farsi del male». Missione fallita.