A Marco Pannella
Caro Marco, leggo dalle agenzie delle tue sollecitazioni all’Unione sul tema dell’amnistia,
affinché venga presentata ufficialmente una loro proposta al riguardo.
Mi premeva farti giungere subito la mia solidarietà e vicinanza, nonché la massima
disponibilità per ogni futura iniziativa.
Sei tra i pochi leader politici che continua ad avere a cuore il problema delle
carceri, della loro situazione di illegalità e disumanità che si trascina nella
massima indifferenza politica, così tanto che si può e si deve parlare di vera e
propria omissione.
Omissione di soccorso, innanzitutto: nei confronti delle decine di migliaia di
persone accatastate nelle celle, a causa di quel sovraffollamento che tu giustamente
definisci un’urgenza sociale assoluta.
60.000 in cella, quasi altrettanti in misura alternativa alla detenzione, per non
dire dei 70.000 già condannati in attesa della decisione del giudice circa la
concedibilità di misure alternative, ai sensi della legge Simeone-Saraceni: quasi
200.000, una cifra che sarebbe apparsa incredibile solo pochi anni fa. E sarà per
questo che viene accuratamente taciuta e nascosta, così come nel carcere si
nascondono i problemi sociali e la vita delle persone, come pattume sotto il
tappeto.
Persone abbandonate a se stesse, spesso senza adeguata assistenza sanitaria, a
macerarsi e incattivirsi in attesa del giorno della scarcerazione e dell’eterno
pendolarismo tra dentro e fuori, reso pressoché inevitabile ed essendo del tutto
prevedibile, stante la totale assenza di politiche e attenzioni tese al recupero,
alla formazione, al reinserimento sociale e lavorativo. Un detenuto su quattro non
ha un posto dove dormire allorché sarà scarcerato, per non dire della possibilità di
avere un lavoro o un reddito. Chi entra in carcere è un emarginato, chi ne esce è
emarginato due volte: per pregiudizio sociale e per legge, basti pensare al
micidiale meccanismo delle pene accessorie e delle misure di sicurezza che
impediscono concretamente la risocializzazione e spesso il lavoro, che continuano a
mantenere la persona condannata in uno stato di cittadinanza di serie B, anche al
termine della pena e nel rientro nella società.
La migliore politica per la sicurezza sarebbe quella di scongiurare tutto ciò. Ma
per una politica miope e distratta è molto più facile alimentare periodiche campagne
allarmistiche e securitarie sul crimine, che non porvi veramente mano attraverso
scelte di prevenzione e di adesione sostanziale al dettato costituzionale, al
reinserimento. E così pure, in ossequio e conseguenza indiretta dell’enfatizzazione
securitaria sull’immigrazione e sulla tossicodipendenza, si sono distratte risorse e
attenzioni dal contrasto al crimine organizzato e al narcotraffico; con i risultati
sanguinosamente da ultimo evidenziati in Calabria.
Si tratta dunque di "non scelte" (perché non è definibile tale quella di puntare
sull’edilizia penitenziaria: quello è solo business) da parte di chi ha il potere e
il dovere di intervenire, che comportano costi umani - poiché riverberano in termini
di vite buttate come vuoti a perdere e di spirale della recidiva obiettivamente
incentivata - ma anche costi economici, stante che tenere una persona in carcere,
peraltro in queste condizioni miserevoli, costa 63.875 euro l’anno, naturalmente in
gran parte per la struttura, mentre per il vitto di ogni recluso si spendono 1,58
euro al giorno (non è un refuso, è la cifra media con la quale l’amministrazione
deve fornire quotidianamente colazione, pranzo e cena).
Tenere un tossicodipendente in carcere (e sono almeno 18.000) costa il quadruplo che
assisterlo in una comunità o affidarlo a un servizio pubblico. E lo stesso vale per
tutte le altre "vite a perdere" che sono lì concentrate, immigrati, malati,
emarginati.
Omissione vi è anche nei confronti delle legittime aspirazioni degli operatori e di
quanti lavorano nelle carceri a una più degna professionalità e riconoscimento,
anch’essi trattati come lavoratori di serie B, con diritti dimezzati.
È una situazione peraltro destinata a peggiorare, dopo la Cirielli, come hanno -
tardivamente, a legge già approvata - denunciato ieri anche i direttori dei
penitenziari, associandosi così alle nostre voci, quelle dei volontari e delle
associazioni che nei mesi scorsi hanno lanciato l’allarme su un provvedimento che
porterà in breve all’aumento di 20.000 detenuti, senza trovare alcun ascolto e
riscontro.
E vi è da dire che le forze del centrosinistra su questo sono state per lo più
silenti e distratte, se non talvolta culturalmente complici del centrodestra,
preferendo concentrarsi sugli eventuali "salvati", disinteressandosi dei "sommersi".
Ora tu, giustamente, ti appelli alle forze e al leader dell’Unione per rilanciare
l’urgenza e la necessità dell’amnistia.
Lo abbiamo fatto anche noi, nei mesi scorsi, negli anni passati. E non possiamo dire
di aver avuto risposte serie e concrete. Ricordiamo tutti come è naufragata la
proposta dell’indulto e amnistia che abbiamo lungamente portato avanti - come
cartello di tutte le maggiori organizzazioni, come volontariato e forze sociali -
nell’anno del Giubileo e ancora dopo. Naufragata malamente, nell’ipocrisia degli
applausi al Papa e del cinico gioco del cerino tra centrodestra e centrosinistra.
Naturalmente, bisogna fare quel che si deve, quel che si ritiene giusto. Poi
succederà quello che può, quello che le forze politiche vorranno mettere o meno
all’ordine del giorno. Ma forse non è solo questione di sensibilità e lungimiranza
dei partiti. È questione di una società così abituata a vedere centinaia di
poveracci affogare davanti alle proprie spiagge, così assuefatta dalle crescenti
povertà e paure, da non avere più forza e voglia di coltivare quei sentimenti e di
sollecitare quelle scelte che, sole, rendono umana e giusta la convivenza,
accettabile la vita nelle nostre città. È questione del silenzio e anzi del
ri-sentimento un po’ vile col quale si cerca di cacciare dalla vista e dalla
coscienza tutto ciò che non piace, che si avverte come diverso e per ciò minaccioso.
Così anche la vicenda di Bompressi, condannato a sei mesi (sei mesi di carcere,
senza più sforzo di proporzione o misura) per essere stato nell’orto di casa anziché
rinserrato al suo interno come in una cella, non viene letta, commentata, denunciata
come intollerabile e inutile persecuzione, come pura e distratta cattiveria. Passa
via inavvertita, come fosse normale. In effetti, lo è diventato. Così come è
diventato normale sparare con un revolver calibro 38 e ferire una bambina rom di 12
anni, com’è successo martedì scorso a Bologna, perché si sospettava che stesse
forzando una porta. Certo, c’è la paura degli anziani, delle donne che hanno timore
nel rientrare la sera, dei commercianti che si sentono minacciati nei loro averi.
Occorre tenerne conto e averne rispetto.
Ma forse è proprio della coazione ad avere paura che bisognerebbe avere paura. Dei
meccanismi che producono paura e degli interessi che vi speculano. E forse
occorrerebbe chiedersi come siamo arrivati a questo e dove si stia andando. E magari
tornare a pensare alla legalità come un mezzo e non come un fine a sé stante, alla
sicurezza come a un obiettivo e non come a un feticcio al quale sacrificare vite e
stili di vita.
Certo, possiamo continuare a non farlo, e ritrovarci tra poco con 400.000 persone
sotto controllo penale, o con le periferie in fiamme. E poi si ricomincerà a
riempire i giornali di parole vuote, di chiacchiere inutili e si continuerà a
invocare tolleranza zero e si chiederanno 10, 100, 1000 nuove carceri e nuovi ghetti
nei quali nascondere le vite dei poveri e dei diversi.
Ecco perché, caro Marco, la tua richiesta di porre all’ordine del giorno
(addirittura prima di Natale) la questione amnistia mi pare importante.
Culturalmente, socialmente, politicamente importante.
Non solo perché consentirebbe di ridare fiato e dignità a chi vive e lavora in
carcere, ma anche perché costituirebbe occasione per tutti di ripensare
l’insensatezza di questa spirale illiberale e liberticida in cui siamo precipitati e
nella quale il centrosinistra cui ti appelli pare spesso sciaguratamente trovarsi a
suo agio.
A maggior ragione, non si può che essere pessimisti.
Ma se anche questa fosse l’ennesima tua (ma permettimi di dire nostra) battaglia
perduta, non di meno occorre affrontarla. Senza creare nuove illusioni in chi sta in
carcere, dove già ora la disperazione e il cupo silenzio sono le tonalità dominanti.
Ma avendo la forza e la determinazione di indicare comunque ciò che è giusto e
necessario.
Un caro saluto e un sincero augurio per la tua nuova avventura politica
Sergio Segio